Intervista Condotta da
Giorgio Vitali, giornalista, storico
all’autore di “Alpini del
Don”, Gian Paolo Pucciarelli, giornalista, scrittore, documentarista.
Febbraio 2009
Agli Alpini della
tragica anabasi di Russia e a tutti i Soldati dell’ARMIR, il cui alto
sacrificio, degno della considerazione delle stesse forze nemiche, divenne
meschino pretesto per alcuni “italiani” di avviare, complice la superficialità
della storiografia di allora, quella vergognosa attività di propaganda che non
esitò a trasformare in atto sacrilego l’impresa dei Nostri Soldati, rei di aver
minato gli altari del Signore dei Gulag, dell’Invasore per antonomasia,
dell’Artefice dei più efferati crimini contro l’umanità;
ai Soldati
dell’ARMIR caduti nelle aride e gelate steppe russe, in onore dei quali il
Tempo, testimone e giudice, ha voluto innalzare un alto monumento alla Memoria,
ai cui piedi si osservano rovine di passati tirannici regimi, contro i quali
Essi combatterono…
…queste pagine sono
umilmente dedicate
Giorgio Vitali: Com’ è nata l’idea di realizzare
“Alpini del Don”?
Gian Paolo Pucciarelli:
“Alpini del Don” vuole ricordare i tanti Soldati dell’ARMIR Caduti sul Fronte
Russo, ma è anche un omaggio alla memoria di una persona semplice e
straordinaria, la Madre di un Alpino della Cuneense che dalla Russia non fece
ritorno.
Ragioni, per altro non
secondarie, mi hanno dato l’idea di “comporre” questo lavoro e sono evidenti
nelle discrete dosi di sensibilità che ho cercato di aggiungere alla nuda
cronaca dei rari filmati originali della tragica disfatta.
Ho tentato di mettere in luce
attraverso l’autenticità del dramma dei vinti qualcosa di altrettanto vero e
autentico:
le capacità non
comuni del Nostro Soldato in Russia.
La vasta memorialistica sulla
Campagna di Russia e le testimonianze dirette, anche di parte russa, che ho
avuto modo di raccogliere, permettono di configurare le dimensioni di un sacrificio, ma offrono elementi più che
sufficienti a determinare la convinzione, credo condivisa da chiunque abbia
potuto documentarsi sull’argomento, che al Nostro Soldato, in particolare
all’Alpino, Combattente in Russia dovrà sempre essere riconosciuto,
nell’inesausta volontà di lotta, tenace e sovrumana, contro soverchianti forze
nemiche e le implacabili avversità della natura, il merito di aver superato se
stesso in quel teatro di guerra, dimostrando, per quanto sconfitto nel
confronto con l’impossibile, per quanto annientate ne fossero state le capacità
di resistenza fisiche e morali, di aver affrontato e infine vinto
quella battaglia che l’Uomo è chiamato a combattere affinché lo Spirito
prevalga sulla materia.
Ricordo una bellissima pagina
del libro di Don Carlo Gnocchi, “Cristo Con Gli Alpini”, in cui il
Cappellano della Tridentina descrive questa vittoria come un traguardo comunque
raggiunto da molti dei Nostri Combattenti in Russia.
Da qui è nata l’idea di
scrivere il testo di Alpini del Don in chiave narrativa sulla vicenda
dell’ARMIR, mettendo in luce, grazie ai filmati dell’epoca, i numerosi episodi
del ripiegamento che videro gli Alpini protagonisti di questa impresa titanica.
GV: Come possiamo commentare l’espressione, peraltro
molto suggestiva, di Don Gnocchi, pensando per esempio all’Alpino che affronta
col solo moschetto, e spesso con le nude mani, il carro armato nemico?Il
confronto tra uomo e carro era assolutamente…materiale, avveniva nella realtà.
Credi che il soldato, lanciandosi contro il T34 per essere quasi sicuramente
fatto a pezzi, fosse convinto di far con questo trionfare lo Spirito sulla
materia? Intendo dire che la missione sacerdotale del Cappellano Militare,
condotta e sofferta nelle steppe russe, è pur sempre quella di un religioso.
Figura peraltro rintracciabile nella tradizione europea, in cui si evidenzia
attraverso la rappresentazione poetica del mito del Graal, una via eroica alla
spiritualità, nell’accostamento simbolico delle figure del Monaco e del
Guerriero, che diventa motivo ispiratore delle sculture presenti all’interno di
alcune Cattedrali e ne definisce lo stile architettonico attraverso le linee e
l’ornato. Una via alla spiritualità che trova un suo modello speculare in
quella percorsa dai Samurai giapponesi della tradizione orientale.
Ma, a parte queste considerazioni, il sacrificio in sé
è già una vittoria, se lo intendiamo in senso cristiano. Immaginare una
vittoria nella …sconfitta, è possibile solo sul piano metafisico, non certo
nella realtà. Parlare di Vittoria dello Spirito, malgrado la sconfitta sul
campo di battaglia, può offrire conforto cristiano a chi lo sa accettare e nulla
più.
GP: Ovviamente. Credo
comunque che Don Gnocchi, nell’esprimere quel pensiero, abbia voluto aggiungere
qualcosa che va oltre la propria missione sacerdotale, oltrepassa l’aspetto
religioso del sacrificio, inteso cristianamente. Don Gnocchi era Ufficiale
Alpino, Cappellano Militare. In questa splendida persona coesistevano l’Uomo,
il Sacerdote, il Soldato. Suo compito era assistere spiritualmente i feriti,
confortare i moribondi, benedire i Caduti, celebrare la Messa al campo,
confessare; doveri compiuti in situazioni di grande pericolo e correndo forse
maggiori rischi degli altri soldati. La durissima esperienza russa che ha
brutalmente pervaso l’animo di questo Grande Uomo ha fatto prevalere su tutto
la carità cristiana, non disgiunta però, nello stretto contatto con il dolore e
la morte, dal sentimento di cameratismo del soldato che ama, difende e
comprende i propri commilitoni e non li vede come gregge di cui farsi pastore,
ma come compagni d’armi. La sua missione brilla appunto per questo, non
consistendo soltanto nell’assolvere e nel benedire, ma nel capire il dramma,
del quale egli stesso era sofferente protagonista. Posto di fronte
all’intero spettro dei sentimenti umani,
quelli originati dal primitivo istinto dell’autoconservazione, fino a quelli
che nascono dalla solidarietà coraggiosa, dall’abnegazione, dallo sprezzo del
pericolo, fino all’atto eroico, il Prete Soldato li ha sentiti e sofferti come
stazioni di un comune Calvario.
Egli stesso lo scrive in
pagine memorabili. “ Ho visto l’ uomo
nudo… sparare alla tempia di un commilitone che non voleva fargli posto
all’interno di un’isba…” Mentre in altre parti del suo libro, segnalandoci,
in identiche situazioni di dolore estremo, sentimenti e comportamenti opposti,
egli ci descrive braccia sfinite che lo riportano alla vita, incoraggiandolo
con l’ultima parola pronunciata a stento dall’Alpino agonizzante che, prima di
cadere nella neve profonda, gli ha sussurrato appena: “Forza Signor Tenente!”
L’uomo che egli ritiene
capace di far trionfare lo Spirito sulla materia, malgrado… la sconfitta, è lo
stesso uomo nudo, in carne e ossa, in grado di compiere azioni bestiali o
sublimi, senza la “assistenza” del Diavolo o di Dio, è - credo di non
sbagliarmi – l’uomo animale che si fa oltre-uomo nelle medesime membra e nello
stesso contesto.
Chiedo mi sia permessa questa
espressione, al di fuori di ogni apparente retorica, proprio per l’esperienza
cruda, “secolare” e “mondana”, vissuta dal Cappellano Militare nel ripiegamento
di Russia, terreno sul quale si manifestava ovunque, repentina e continua,
l’urgenza dell’invocazione a Dio, nel momento estremo della morte, accolta come
liberazione dal dolore e dalla paura, ma affrontata con la dignità e il senso
del dovere del Soldato, come parte della vita stessa, di cui la morte è supremo
traguardo e insieme occasione di trionfo
dell’Essere sul divenire. Nel definirla in quei frangenti, credo che non siano
stati estranei al pensiero e al sentimento di Don Gnocchi quei suggerimenti
della filosofia niciana utili a comprendere l’autentica figura, spesso
travisata, di Oltre-Uomo, pur fatto di carne, dell’Uomo-Esempio,
sostanzialmente diversa dal Super uomo per meriti biologici o di razza.
Un commento questo che non
intende porre in secondo piano la missione cristiana di Don Carlo, ma vuole
semmai farla splendere di ancor più viva luce. La memorialistica della Campagna
di Russia ci racconta numerosi esempi di questa vittoria dello Spirito sulla
materia e del tipo di Uomo che la consegue.
Non a caso quest’Uomo è
spesso un Alpino.
GV: Rammento
certi passi del libro Massime sulla
Guerra di René Quinton:
"E' duro
disprezzare gli uomini. E' uno dei privilegi della guerra non avere che da
stimarli” e ancora: " Non c'è nulla di così grande quanto giocare la
propria partita contro il destino”. “I veri giochi sono quelli dove la posta è
la vita" ed infine: " Le carovane smarrite nelle sabbie, le barche
naufragate in mare, non hanno conosciuto che supplicanti, giammai
bestemmiatori.”
Nella domanda che mi accingo a farti è implicito il
richiamo alle relazioni tra l’Italia e la Russia prerivoluzionaria nel corso
delle quali si registrò un notevole flusso migratorio dal nostro Paese verso le
principali città della terra zarista, lontana ma non irragiungibile. E mi sembra
lecito fare un riferimento ai rapporti non sempre ostili fra l’Italia di
Mussolini e l’Unione Sovietica che si distinsero per i proficui scambi
commerciali intercorsi fra i due Paesi, allorché non sembrò destare eccessive
preoccupazioni negli ambienti politici italiani il fenomeno dei fuoriusciti,
antifascisti e non, che si installarono a Mosca e in altre città, con
l’illusione di trovarvi il celebrato “paradiso sovietico”. Nella tua risposta
riterrei utile il richiamo a quelle operazioni militari, avvenute in tempi e
contesti diversi, alle quali parteciparono contingenti di soldati dell’Italia
preunitaria, che condussero all’occupazione della Russia e di altre regioni
dell’Impero zarista. Mi riferisco alla Campagna Napoleonica del 1812, alla
quale parteciparono molti soldati lombardi e veneti, e alla Spedizione
piemontese in Crimea del 1856.
Con riferimento a questi precedenti, vorrei chiederti quindi se fra le ragioni che ti hanno indotto a realizzare il DVD, c’è anche l’esigenza di chiarire certi lati oscuri delle vicende storiche, in seguito alle quali maturò la decisione di inviare in Russia i Nostri Soldati nel 1941/42.
GP: La Campagna di Napoleone
in Russia e la Spedizione in Crimea, voluta da Cavour, avvennero in tempi e
scenari diversi e non possono costituire
un precedente della Spedizione Italiana in Russia del ‘41/’42, anche perché
quest’ultima, a prescindere dal “peso politico” attribuitole da Mussolini,
aveva scopi sostanzialmente diversi. Riconosco peraltro che l’argomento crea
ancora oggi l’imbarazzo di alcuni storici, incerti nel motivare la presenza di
emigrati italiani in Russia, legandola talvolta al fenomeno del fuoriuscitismo,
tal’altra al richiamo propagandistico di una terra promessa che offriva a tutti
opportunità di lavoro senza alcuna distinzione di classe, oppure al flusso
migratorio (in prevalenza piemontese e ligure) verso le città del Mar Nero,
immediatamente successivo alla Spedizione del 1856, che sulla carta almeno,
aveva fra l’altro lo scopo di dissuadere i concorrenti degli anglo piemontesi
sulle rotte commerciali tra il Mediterraneo e i porti di Batumi e Taganrog.
Credo sia il caso di ricordare la comunità di Italiani emigrati in Crimea e
l’orrenda fine, analoga a quella dei Tedeschi del Volga, loro riservata da Stalin
nel 1942.
Ma nella composizione del
filmato “Alpini del Don” ho cercato di tralasciare questi argomenti. E confesso
che anche ora non è facile parlare della Russia e dell’ARMIR, perché la lettura
delle dense e fitte pagine della memorialistica sulla Campagna di Russia
lasciano l’animo pervaso dalla commozione e nell’accostarsi al dramma vissuto
dai Nostri Soldati in Russia, sorge spontaneo, e forse assoluto, il bisogno di
un silenzioso
rispetto, risultando superfluo ogni commento, talvolta sgradita e perfino
fastidiosa qualsiasi, pur legittima, domanda da parte di chiunque cercasse
ancora oggi di spiegarsi come e perché è avvenuta la tragedia dell’ARMIR.
Tuttavia è oggi forse
doveroso tentare di far luce sulle circostanze in cui essa si svolse e quali altri
possibili motivi, oltre a quelli noti, la determinarono. Nella speranza che
ulteriori, e forse plausibili, riflessioni al riguardo possano non solo essere
presupposto di un giudizio finalmente sereno ed imparziale su quella triste e
sventurata pagina della nostra Storia, ma divengano anche soffi di un giusto
vento, impotente ieri contro le nubi oscurantiste del Sovietismo e forse oggi
in grado di liberare quel raggio di sole, tanto invocato dai Nostri Soldati in
Russia, capace di ravvivarne la memoria, esaltarne ancora il sacrificio, farsi
devota scintilla nel ricordo del martirio di tutti i prigionieri, dei deportati
che giacciono sepolti in terra straniera, sotto il peso dell’indifferenza e
dell’oblio, nelle lontane pianure della
Russia e del Kazakhstan.
So che agli Alpini non piace
sentir parlare di politica. Chiedo dunque scusa a tutti coloro che leggendo
questa intervista la trovassero superflua e poco affine al loro carattere,
pregandoli di comprenderne il buon proposito, e se non altro il tentativo di
portare a compimento, al di fuori di ogni pretesto polemico, quello che mi è
parso essere oggi un certo obbligo morale che ci impone di non dimenticare, ma
anche di ricordare in modo forse più giusto.
GV: Arriviamo subito alla domanda scontata! Tutte le
responsabilità della tragedia dell’ARMIR ricadono da sempre su Mussolini, reo
di aver mandato in Russia 230.000 soldati, male armati e male equipaggiati
contro i rigori dell’inverno russo, ad affrontare forze nemiche ben 6 volte
superiori, contando su un’ improbabile vittoria dell’Asse.
GP: Le responsabilità
politiche e morali della sventurata spedizione in Russia pesano sul capo di
Mussolini.
Ma diciamo subito che
sarebbero meno evidenti, se le cose in Russia fossero andate in modo diverso.
Senza porsi il problema di
evidenziare i noti capi d’imputazione che restano comunque a carico del Duce,
il quale solo ebbe l’autorità di decidere l’avvio delle operazioni militari
contro l’Unione Sovietica (con l’assenso o meno del Re, Capo supremo delle Forze
Armate Italiane), né quello di una volenterosa e legittima ricerca di formule
“assolutorie”, basate peraltro sulla fondatezza di indubbi elementi a discarico
del Capo del Fascismo, resta il fatto che egli stesso riconobbe, o per lo meno
non ritenne opportuno smentire, nei memoriali che ebbe il tempo di scrivere, la
propria volontà di adottare, con colpevole superficialità e disinvoltura,
quelle misure di Realpolitik che egli non poteva in nessun caso permettersi;
vale a dire quella misura in virtù della quale egli pretese di trasformare
la sola presenza di 230.000 uomini impreparati su uno fra i più
difficili campi di battaglia, in un credito politico, magari a lungo
termine, da far valere sul tavolo delle trattative. Senza andare naturalmente
troppo per il sottile attraverso considerazioni sull’eventualità, o la
probabilità, molto alta, che questa presenza si potesse trasformare, come in
realtà poi accadde, in puro sacrificio. Un’imperdonabile tendenza all’azzardo,
aderente alla retorica del Mussolini “prima maniera”, (diffusa del resto nella
consueta enfasi fascista del Credere, Obbedire e Combattere, e nel richiamo
propagandistico rivolto a un Popolo, degno di chiamarsi tale solo se fosse
stato… Combattente), ma raramente riscontrabile nel Mussolini che scrive
“Storia di un Anno” in cui il deposto Capo del Regime, calato in vesti assai
più realistiche, si presenta subito come vittima di una congiura, tramata da
tempo a danno suo e del Popolo italiano, senza pensare all’esecuzione di un
piano internazionale ordito al fine di far cadere il fascismo.
In questo memoriale Mussolini
passa in rassegna i probabili traditori, individuandoli, con verosimile
fondatezza, nei Capi di Stato Maggiore, nei Generali e negli Ammiragli, e
ritenendoli causa diretta o indiretta della sconfitta, ma non accenna, con
negligenza certamente pretestuosa, ad altre vere cause della disfatta,
riconducibili esclusivamente alle sue scelte. Se sul piano politico queste
possono ritenersi conseguenza di manovre suggerite dalla strategia bellica, sul
piano morale esse non otterranno mai alcuna plausibile giustificazione.
GV: Sei dello stesso avviso della storiografia
corrente che attribuisce al solo Mussolini la responsabilità della guerra e
dell’ecatombe dell’ARMIR, pur riconoscendo la fondatezza della teoria della
cospirazione, posta in atto molto prima
del 25 luglio del ’43, in seno alla quale potevano
benissimo essere previste operazioni di sabotaggio ad esempio nella rete dei
rifornimenti di armi, vestiario e combustibile destinati ai nostri Soldati
impegnati in Russia.
GP: Nella premessa ho voluto
precisare che un Capo di Governo non può prendere una decisione di quella
portata senza rendersi conto di persona delle effettive capacità ed efficienza
dei canali di rifornimenti destinati alle truppe impegnate sul teatro di
guerra, e contando magari sull’appoggio di un “alleato” con cui era certa la
non facile intesa. Ritengo sia da condannare comunque la volontà di Mussolini
di attribuire “peso politico” alla nostra spedizione in Russia, pur avendo egli
stesso espresso seri dubbi sulle concrete possibilità di avvalersene, e a
prescindere dal fatto che egli ignorasse o intuisse quanto si stava tramando
alle sue spalle. Un argomento sul quale sarà bene, dopo l’accenno di prima,
spendere ancora qualche parola, quando cercheremo di capire cosa si intende
veramente per Realpolitik: l’ispiratrice delle manovre politiche e militari che
condussero al conflitto mondiale e ne orientarono il corso, al di fuori ed al
di sopra di presunti contrasti ideologici.
Ritornando sul tema, è
superfluo ricordare l’imperdonabile ostinazione di Mussolini nell’incrementare
la nostra presenza sul Fronte Russo, allorché egli volle ignorare gli
avvertimenti del Generale Messe, Comandante del Corpo di Spedizione in Russia nel
1941, poi dallo stesso Duce accusato di tradimento, che gli espose in chiare
note il rapporto della propria esperienza diretta su quel teatro di guerra,
segnalando le estreme difficoltà incontrate dalle nostre truppe, e
l’impossibilità di combattervi durante l’inverno senza l’opportuno
equipaggiamento ed armamento. Benché fosse certo degli alti rischi ai quali
esponeva i nostri Soldati, il Duce non esitò nell’estate del ’42 ad infoltire i
ranghi del XXXV corpo d’Armata, portando a 229.000 uomini il nostro contingente
spedito in Russia con il nome di ARMIR. Tutto questo è indiscutibile e motivo
giustificato delle pesanti accuse contro il Capo del Fascismo.
GV: Quali sarebbero stati secondo te gli elementi di
“peso” politico tale da indurre il Duce ad imbarcarsi in questa impresa?
E quali i motivi, ancor oggi discussi, imputabili alla
precarietà della struttura e alla disorganizzazione militare italiana che
portarono alla disfatta dell’ARMIR?
GP: Rispondo subito alla
seconda parte della tua domanda, perché ritengo vi siano molti elementi da
chiarire a proposito della “impreparazione” italiana alla guerra.
E’ innegabile che il Corpo di
Spedizione e poi l’ARMIR avevano compiti precisi, legati comunque alla
strategia dell’Asse sul fronte orientale. Come è innegabile che la nostra
disfatta, oltre ad essere stata l’ovvia conseguenza della sconfitta tedesca a
Stalingrado, è in gran parte riconducibile all’evidente “disservizio” nei
rifornimenti di combustibile, armi e vestiario, di cui fu poi accertata in Italia
l’abbondante esistenza, che non pervennero nel momento critico ai nostri
Combattenti in terra sovietica. Se questa constatazione, unita ad altre, ci
permette di commentare certi disgraziati e significativi episodi (che videro
coinvolta per esempio la nostra Marina), con il fondato sospetto che questi non
fossero dovuti soltanto a pura sventura o al sofisticato decifratore inglese
“Ultra” , resta il fatto che una serie di incredibili avverse coincidenze, come
i casi di Taranto, Capo Teulada, Genova, Pantelleria e Augusta, non ebbero né
tempo, né modo, di essere in seguito verificate, salvo nei memoriali di parte,
e costituirono fra smentite e conferme, peraltro mai definitive, oggetto di
dispute mai chiarite tra fascisti dell’ultima ora e presunti traditori,
occupanti posti di primo piano nei ministeri e nella gerarchia militare
dell’Italia di allora. Ciò non vuol dire, ad onor del vero ed alla luce di
quanto sarebbe avvenuto il 25 luglio 1943, che non si possa ritenere in molti
casi accertata la collaborazione offerta al nemico (con il conseguente successo
delle operazioni di sabotaggio ai danni delle nostre truppe) da alti esponenti
delle nostre Forze Armate, tenendo sopra tutto conto degli sviluppi del
conflitto.
GV: Ti riferisci in particolare a Pietro Badoglio?
Certamente. Il
Contromemoriale di Bruno Spampanato fornisce molti elementi a sostegno delle
accuse mosse contro costui *, il cui operato tra il 25 luglio e l’8 settembre
del ‘43 rende del resto evidente la sua attiva partecipazione fin dall’ottobre
del ’40 (Campagna di Grecia), al piano internazionale posto in atto per far
cadere il Fascismo. Ma a prescindere dai casi singoli di tradimento, presunti o
accertati, chiunque concentri l’attenzione su quel periodo si accorgerà che
l’evolversi di quegli eventi era determinato da una Suprema Logica di Potere,
che predilige l’adozione dei soli criteri della Realpolitik, o politica dei
forti interessi privati, legati a più aggiornate forme di imperialismo. Questa
logica, e la sua “affiliata” in veste politica, che per attivarsi richiede
l’uso del cinismo, dell’opportunismo e dell’indifferenza rispetto a posizioni
ideologiche di qualunque segno, ha spesso prevalso nella storia, riuscendo a
creare, malgrado espresse volontà di pace, i pretesti per fare le guerre.
Parliamo pure di quel sistema machiavellico che ha sempre funzionato,
assicurando a chi ha saputo scaltramente adottarlo nei modi e nei tempi
“opportuni”, la vittoria sul piano politico e un successo propagandistico di
enorme portata, ma sopra tutto il trionfo dell’interesse economico privato che
dietro la Potenza vincitrice si occulta. Quella stessa logica in cui si
innestava facilmente, nell’Italia fascista del ‘40/’43, la pratica del
doppiogioco, suggerita spesso dal bisogno di denaro, raramente dall’ideologia e
talvolta dall’ambizione personale.
Non deve sorprendere dunque
l’atteggiamento e il comportamento di personaggi chiave dello stesso Fascismo e
della Forze Armate che decisero di agire contro il governo di Mussolini,
talvolta convinti di operare per il bene dell’Italia, ma spesso mirando a più
opportunistici scopi. Del resto l’azione di vasta propaganda che investì
l’Italia dopo l’armistizio del 3 settembre ’43, a cui non è difficile associare
il fenomeno del tradimento a danno del Fascismo da parte di alti esponenti
dello Stato Maggiore, trova più di una matrice nell’attività dei servizi
segreti internazionali, da cui trasse alimento il non troppo spontaneo
movimento della Resistenza.
In questo contesto sono da
ritenere scontati gli scambi di informazioni segrete con il nemico e le
operazioni di sabotaggio ai danni delle Nostre Forze Armate e particolarmente
di quelle impegnate sul fronte orientale. **
*E’ noto il sarcasmo degli stessi inglesi nel definire le attività doppiogiochiste del Maresciallo Badoglio (di cui essi ampiamente beneficiarono) con il verbo anglofono to badogliate, inesistente, ma da essi coniato appositamente per lui.)
Come è risaputo che il Maresciallo Badoglio, che pur ricopriva contemporaneamente le cariche di Capo di Stato Maggiore Generale, Presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche e Presidente del Comitato Industriale per le Materie Prime, cioè il solo responsabile della produzione e della distribuzione di armi, equipaggiamento e carburante sul fronte di guerra, a questo suo preciso compito e obbligo non provvide. Senza sentire il minimo bisogno, nei memoriali che poi egli scrisse, di avanzare qualche timido argomento a suo discarico).
**( A sostegno di quanto affermo si prendano le relazioni Wolff e Kesselring del settembre 1943, che confermarono l’esistenza nell’Italia del Nord fin dall’ inizio del ‘42 di depositi e magazzini del Regio Esercito Italiano nei quali abbondavano carburante, armi, munizioni e vestiario pesante che mancarono ai nostri Soldati in Russia; constatazione che fu motivo di energica protesta da parte dei due Generali tedeschi nei confronti del Capo della RSI, facendo rilevare la macroscopica differenza tra la “disastrosa situazione dell’armamento italiano” manifestata ai tedeschi con la “lista Cavallero” e la realtà assai diversa da essi riscontrata.
La “lista Cavallero” era l’elenco delle richieste di armi e materie prime, che Mussolini inoltrò al Fuhrer, tramite il Maresciallo Cavallero, durante il periodo della non belligeranza (settembre ’39 – Giugno ’40), ritenute abnormi e sproporzionate rispetto al reale fabbisogno italiano pur giustificato dalla mancanza di un adeguato e più moderno armamento.
GV: Attendo risposta alla prima parte della domanda.
GP: Ho cercato di chiarire
che il peso politico attribuito da Mussolini all’ARMIR era un puro azzardo, in
primo luogo perché anche in caso di vittoria dell’ASSE, egli avrebbe dovuto
fare i conti con un alleato le cui promesse non mantenute trovavano sepoltura,
come disse lo stesso Duce, in grandi cimiteri; e in secondo luogo perché per
conferire peso politico ad una operazione bellica nel complicatissimo scenario
geopolitico della Seconda Guerra Mondiale, occorreva avere “doti” di cinismo
che Mussolini non possedeva. Tanto è vero che egli imboccò incautamente la
strada indicatagli da chi ne aveva invece da vendere.
GV: Cioè da Adolf Hitler?
GP: No. Ma non è il caso di
addentrarsi nell’interminabile dibattito tra storie e controstorie, aspettando
lo scontato giudizio critico di una parte o dell’altra. Limitiamoci alla pura
cronaca per provare che la spedizione dell’ARMIR in Russia fu un’operazione di
Realpolitik male utilizzata, il cui peso fu reso di segno opposto grazie
all’opera di chi della Realpolitik sapeva invece opportunamente servirsi.
Ribadendo, ove ancora occorresse, cosa si deve intendere principalmente per
Realpolitik, nel periodo della guerra e in quello che la precede, ne possiamo
elencare le diverse applicazioni alla pratica e i risultati più significativi:
Gli osservatori più attenti
definiscono manovre e decisioni di Realpolitik le seguenti:
-
il Patto - garanzia offerto in caso di aggressione da Francia e Gran
Bretagna alla Polonia, paese ospitante, come la
Cekoslovacchia e l’Austria, la fitta
rete del sistema bancario sul quale gravitavano cospicui interessi economici
del gruppo
Rothschild, con sede a Londra.
-
Il Patto di Non
Aggressione Ribbentrop - Molotov stipulato tra Germania e Unione Sovietica il
23 agosto del ’39, vero colpo basso assestato a movimenti e partiti comunisti
internazionali, esuli o clandestini che fossero, e in particolare quelli
italiani, disorientati dal patto a sorpresa, ma sempre disposti ad accettare,
Togliatti in testa, la manna mensile dei rubli di Stalin, per quanto questi
puzzassero di nazismo. Il patto stesso, benché plausibile se considerato
all’interno della politica economica intrapresa da Cycerin e Rathenau che
conseguì proficui risultati negli scambi tra Repubblica di Weimar e URRS e non
del tutto inatteso se consideriamo il precedente del trattato di pace separata
sottoscritto dalla Germania e dai Bolscevichi di Lenin, mesi prima della
conclusione del Primo Conflitto Mondiale, sconvolse i piani delle diplomazie
europee e d’oltreoceano che avevano fino allora ritenuto impensabile un accordo
tra il Fuhrer, notoriamente avverso al bolscevismo, e l’Unione Sovietica di
Stalin. Ma, fatto ancor più grave, l’accordo fra Tedeschi e Sovietici provocò
ondate di panico nell’industria capitalista statunitense che aveva investito,
traendone profitti iperbolici, fiumi di dollari nella Germania Nazista,
contando fra l’altro, sul solido baluardo che quest’ultima stava costruendo
contro il pericolo rosso. Nell’occasione i criteri della Realpolitik cui si
ispirò Ribbentrop furono simili a quelli che guidarono Molotov, anche se
opposti erano i rispettivi fini. Il patto nelle intenzioni della Wilhelm
Strasse, permetteva alla Germania di sospendere il pericolo di un fronte
orientale in previsione degli sviluppi delle trattative in corso tra Mosca e
Londra e consentiva al Fuhrer di disporre del petrolio di Baku, che gli sarebbe
stato indispensabile per condurre la guerra sul fronte occidentale. Non meno
machiavellici erano i piani di Molotov nel firmare l’accordo che prevedeva l’invasione
sovietica della Polonia fino alla Vistola, la legittimazione tedesca
dell’occupazione sovietica della Finlandia (fonte di nichelio,
necessario per l’alluminio tedesco) e delle
pretese avanzate da Mosca sulla Bessarabia e la Bucovina, ritenute da Molotov
porte aperte in attesa di un ingresso sovietico in grande stile nei Balcani.
-
Il rifiuto delle
democrazie europee (Francia e Inghilterra) di estendere le loro rispettive
dichiarazioni di guerra all’Unione Sovietica, rea di aver aggredito ed occupato
la Polonia nel settembre del ’39, commettendo un atto di aggressione del tutto
identico a quello commesso dalla Germania contro la stessa Polonia qualche
settimana prima, motivo per cui, dopo il breve ultimatum, la Gran Bretagna
dichiarò guerra alla sola Germania. Ritenuta per questo unica responsabile
dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Mentre l’Unione Sovietica, per
quanto colpevole di analogo crimine, non sarebbe stata ritenuta dello stesso
imputabile, perché Potenza vincitrice, al processo di Norimberga, presieduto
fra l’altro da un Tribunale Internazionale, di cui faceva parte un giudice
accusatore sovietico che non sentì certo il bisogno
di quel minimo senso di pudore che in
altre occasioni gli avrebbe imposto di rendere in
rozzo cirillico l’antico adagio di Seneca:
“Victoribus victi legem dederunt” e dichiarò
colpevoli i gerarchi nazisti condannandoli alla pena di morte. (Quanto al fatto che la garanzia anglo-francese fosse limitata al
solo caso di un’aggressione tedesca, non ha mai trovato risposta nel diritto internazionale (e tanto meno nei diritti
costituzionali, ispirati, come sappiamo, alle fondamentali norme della sovranità di un popolo sul proprio territorio) la ridicola e indisponente “giustificazione”
avanzata più volte da Stalin; il quale dichiarò di aver dovuto condurre l’Armata Rossa fino al corso della Vistola, occupando metà del territorio polacco, al
solo scopo di arginare l’impeto nazista che proveniva dalla parte opposta e scongiurare il pericolo di un’occupazione tedesca delle Repubbliche Baltiche.)
-
Il varo della
legge “Affitti e Prestiti” (o Lend and Lease Act) del gennaio 1942 che
legittimava l’avvio di una colossale produzione di armi sotto la supervisione
del War Production Board di Donald Nelson, (successore di Bernard
Baruch, banchiere ebreo, Consigliere di Roosevelt, Capo dell’Organizzazione
Sionista Mondiale, e presidente del quasi analogo War Industry Board,
costituito nel ’17 sotto l’amministrazione Wilson, che giustificò con questo la
partecipazione degli Stati Uniti alla Prima Guerra Mondiale) con il pretesto di fornire aiuti alle nazioni
aggredite dalle forze del Tripartito, ma con lo scopo non dichiarato, malgrado
il persistente stato di isolazionismo, di coinvolgere gli Stati Uniti in una
guerra che avrebbe visto poi la Potenza Americana prevalere nel nuovo ordine
mondiale attraverso l’acquisizione del controllo di gran parte delle fonti
energetiche mondiali.
-
Il prolungato
embargo delle forniture di petrolio ai danni del Giappone, voluto e deciso
esclusivamente dal Cartello delle
Compagnie petrolifere americane, e accompagnato dal rifiuto della Casa
Bianca di accogliere la proposta di trattative del Governo nipponico, teso anche
a manifestare al Presidente Roosevelt l’inequivocabile presa di posizione dei
Giapponesi nel considerare l’embargo e l’atteggiamento americano espliciti atti
di aperta ostilità, ai quali l’Impero del Sol Levante sarebbe stato costretto a
rispondere, conducendo attacchi aerei contro le basi navali statunitensi.
-
La decisione di
Roosevelt e Churchill di fornire aiuti consistenti in armi, materie prime e
denaro all’Unione Sovietica, nemico storico dell’Occidente e patria del
Comunismo, col pretesto di voler sostenere le vittime dell’aggressione nazifascista,
ma con il primario, non dichiarato, scopo di salvaguardare gli interessi
angloamericani nelle regioni petrolifere del Caucaso e del Medio Oriente. Ovvio
fin da allora che il sostegno degli Alleati a Stalin sarebbe stato temporaneo.
Si inquadrava infatti perfettamente nella logica della Realpolitik, adottata da
inglesi e americani nell’estendere prima la guerra al Giappone, temendo che
quest’ultimo, legato all’Asse in virtù del Tripartito, aggredisse da Est
l’Unione Sovietica, e stringesse in una fatale morsa il Compagno Stalin. Il
quale, ricordiamolo, era però stato buon alleato di Hitler fino a sei mesi
prima, e non avrebbe esitato nel ’40 ad andare col Fuhrer a braccetto fine alle
tiepide acque del Golfo per occupare Mosul e Baghdad, dominio incontrastato
angloamericano della Iraq Petroleum Company. Salvo il caso che il Fuhrer,
infranta il 22 giugno ‘41 la fastidiosa alleanza coi Soviet, non decidesse di
andarci per conto proprio, contando certamente sui Giapponesi, pur sempre
legati all’Asse da un patto, e forse ancor più sul sostegno del Gran Muftì di
Gerusalemme, Al Husseini, che avrebbe consegnato a Hitler le chiavi del
petrolio iracheno, in cambio della liberazione della Palestina. Come recita un
vecchio proverbio: Se vuoi aver ragione di un rivale, fatti amico di un suo
nemico. Ma attenzione alle date. Poiché non esisteva uno stato di guerra
ufficiale tra Unione Sovietica e Giappone, occorreva attirare questo in guerra,
ma sul Pacifico, lontano dai confini sovietici e sopra tutto dal petrolio
mediorientale, creando il pretesto di Pearl Harbour del 7/12/1941. Grazie al
quale Roosevelt avrebbe potuto tranquillamente superare gli ostacoli
dell’isolazionismo. Ma perché aiutare proprio l’Unione Sovietica, quando dal
1919 Inghilterra e Stati Uniti stavano tentando in ogni modo, prima di
impedirne la nascita, poi di cancellarla dalla faccia della Terra? Perché solo
Stalin, adeguatamente aiutato, e la Russia potevano fermare la rapida corsa di
Hitler, sostenuto fra l’altro da venti divisioni islamiche, verso Stalingrado e
la foce del Volga fino a Baku e da qui a Tabriz in Iran, per giungere infine a
Mosul in Iraq. Così si spiega la presenza del consigliere di Roosevelt, Harry
Hopkins, a Mosca in veste di coordinatore delle operazioni di sostegno all’Armata
Rossa.
GV: Quando è in gioco il petrolio si superano tutte le
barriere!
Ma quali sarebbero stati i piani dell’ARMIR in Russia,
oltre ai già ricordati fini politici?
GP: Ti rispondo
sull’argomento petrolio, facendo una domanda che chiunque osservi lo scenario
politico del secondo dopoguerra dovrebbe porsi:
“Perché
il successo degli Alleati nella guerra di liberazione dal Nazifascismo,
coincide stranamente:
-
con
l’acquisizione del controllo quasi assoluto delle fonti energetiche mondiali da
parte delle compagnie petrolifere angloamericane,
-
con
l’affermazione in Europa dei criteri e delle regole del libero mercato
capitalistico che eliminerà gli indesiderati effetti dell’economia “autarchica”
di Italia e Germania
-
con
l’affrettata costruzione di barriere ideologiche e più concreti e visibili
argini, la cui funzione sarebbe stata quella di contenere e isolare il temuto
comunismo e l’intollerabile sistema economico adottato dai soviet che nega il
principio fondante dell’economia occidentale, il diritto di proprietà
privata?
I compiti dell’ARMIR in Russia erano due: (confermati da testimonianze verbali e documentazione segreta emersa di recente)***
- il Corpo d’Armata Alpino
avrebbe dovuto occupare le alture del Caucaso, catena montuosa
che si erge a protezione dei pozzi
petroliferi di quella regione,
- mentre il resto dell’VIII
Armata Italiana avrebbe dovuto occupare Tbilisi, Capitale della
Georgia, e sostenere il colpo di stato degli
indipendentisti georgiani contro il regime dei Soviet.
Ma, per il buon esito di
questi piani “ufficiali”, Mussolini, non avrebbe potuto adottare una propria
autonoma strategia, perché l’Armata Italiana in Russia sarebbe stata sottoposta
al Comando germanico, come del resto quella ungherese di Horty e quella romena
di Antonescu. Se d’altro canto è vero
che i temporanei successi della Wermacht durante la buona stagione avevano
alimentato qualche ottimismo (dopo la riconquista di Sebastopoli e parte della
Crimea i vertici nazisti ritenevano sicura una rapida avanzata della Sesta
Armata tedesca verso la foce del Volga), è anche vero che Mussolini aveva pochi
motivi per poter sperare in una positiva riuscita della Campagna di Russia, in
primo luogo perché nel luglio del ’42, proprio quando le truppe dell’ARMIR salivano
sulle tradotte in partenza dall’Italia per raggiungere la steppa russa, il Duce
non poteva non essere stato informato dei gravi problemi logistici incontrati,
ad esempio, in Nord Africa da Rommel, il quale, costretto ad osservare i suoi
Panzer fermi ad El Alamein, era stato risoluto nel notificare al Fuhrer
l’impossibilità di raggiungere il nevralgico Canale di Suez , restando in
attesa per ben tre giorni dei rifornimenti di carburante. Il problema della
scarsità di combustibile e della difficoltà di rifornimento riscontrato in Nord
Africa, sarebbe diventato enorme nella steppa russa, dove le distanze da
percorrere erano triplicate rispetto a quelle del deserto africano e proibitive
le condizioni climatiche. Come pensava Mussolini di intraprendere operazioni
militari in Unione Sovietica con la poca nafta al seguito delle truppe o con le
risibili dosi del petrolio romeno di Ploiesti che i Tedeschi concedevano col
contagocce agli Italiani? Forse macinando i girasoli dell’Ucraina per ricavarne
inservibile etanolo?
Oppure contando sulla
limitata produzione di petrolio sintetico dell’Italiana ANIC che pur procedeva
a stento nel processo di idrogenazione del carbone (anch’esso scarso) e in
quello chimico della lignite. Ma dove era stato depositato il prodotto? Il Duce
lo ignorava! Oppure qualche doppiogiochista gli aveva detto che non esisteva.
Mentre in effetti le migliaia di fusti che lo contenevano erano stati posti in
fila e in bella mostra lungo la linea ferroviaria che scorre da Ala a Trento,
in attesa che sempre qualcuno, trovandoli, se ne servisse, non certo
nell’interesse delle nostre Forze Armate. In secondo luogo perché Mussolini
(come Hitler del resto, benché il cervello del Fuhrer fosse preda di più gravi
paranoie), non aveva dato il giusto peso alla dichiarazione di guerra contro
gli Stati Uniti del dicembre 1941, ignorando come sempre che la logica
recondita della Realpolitik prevede l’adozione di contromisure e l’esecuzione
di manovre spesso contraddittorie. Tali erano infatti quelle concepite ed attuate secondo la nota
politica di Yalta. Poteva Mussolini immaginare che gli Stati Uniti avrebbero
posto in atto una colossale mobilitazione di mezzi e armamenti e materie prime
da inviare in soccorso di una agonizzante Armata Rossa, già sul punto di
chiedere la capitolazione? Il Diario di Ciano così almeno ci informa, riferendo
l’intercettazione e la decifrazione da parte dei nostri Servizi dei continui
appelli di Stalin, rivolti a Roosevelt, nell’ambito dei principi della
Conferenza Atlantica, proclamati a gran voce da un astuto Churchill a tutela e
garanzia di ogni paese aggredito (da allora in poi) e dallo stesso Premier
inglese sottoscritti, sebbene in veste di rappresentante del Paese più
aggressore che la Storia moderna e contemporanea ricordi. Mussolini era al
corrente di questi soccorsi americani all’Unione Sovietica, quando decise di
mandare i nostri Alpini in Russia? Per quanto si possa riconoscere che la
dichiarazione di guerra agli Stati Uniti sia stata da Mussolini decisa in virtù
della solita “impegnativa coerenza” che legava le sorti dell’Italia a quelle
della Germania, come nel caso della nostra entrata in guerra nel giugno del
’40, e a quelle del Giappone per via del patto Tripartito, nel dicembre del
’41; e per quanto – aggiungo – si possa forse dire con qualche ragione che le
due infauste decisioni di Mussolini furono quasi…”estorte” dal suo cronico e
peraltro giustificato timore di un prevedibile atto di forza contro l’Italia,
culminante magari con l’invasione nazista della Penisola, nel caso in cui il
Duce, avesse ancora avanzato pretese, perfino giustificate, di un nuovo stato
di non belligeranza italiana, resta il fatto che egli non poteva escludere di
trovarsi, prima o poi, a dover fronteggiare, sia pure indirettamente, la
Potenza americana sul fronte russo. Ci sarebbe dunque da chiedersi se
nel giugno/luglio del ’42, quando la decisione di costituire l’ARMIR era stata
presa da mesi, Mussolini sapesse quanto stava avvenendo nel Golfo Persico e a
Tehran, dove l’Office of Strategic Services aveva costituito un centro di
appoggio, coordinato dal Generale americano Norman Schwarzkopf Senior, dal
quale gli Stati Uniti si affrettavano a far pervenire attraverso il Mar Caspio
e la foce del fiume Volga fino a Stalingrado cospicui aiuti in armamento
corazzato e materie prime all’Armata Rossa di Stalin. E questo – precisiamolo -
senza che fosse stato stipulato alcun patto di alleanza tra Stati Uniti e
Unione Sovietica.
(Gli aiuti americani pervenivano ai sovietici anche attraverso il porto di Novorrosisk sul Mar Nero. Mentre a Vladivostok si era costituito nel ‘42 un grande centro di smistamento di materiale bellico di fabbricazione USA da utilizzare contro il Giappone. Per ironia della sorte queste due città portuali furono nel 1918 teatro di duri scontri tra i Bolscevichi e le Guardie Bianche degli Ammiragli Denikin e Kolciak che si battevano per la ricostituzione del governo zarista. Questi ultimi ottennero nell’occasione il sostegno dell’American Expeditionary Force, costituita da 10.000 Marines americani, inviati in Russia dall’Amministrazione Wilson per scongiurare il pericolo della presa di potere dei Bolscevichi e della instaurazione a Mosca di un governo dei Soviet. I Marines americani contarono allora sull’appoggio di ben 70.000 soldati giapponesi, tra le cui fila si registrarono notevoli perdite; mentre Churchill, allora Primo Lord dell’Ammiragliato Britannico non fu da meno, vantandosi egli in un suo memoriale di aver fatto inviare ben 100 milioni di sterline e armi e fucili in quantità ragguardevoli a sostegno della coalizione internazionale controrivoluzionaria, impegnata in Russia a contrastare l’avanzata dei Bolscevichi al potere. Una divisione francese e un contingente di soldati italiani di 3.000 uomini fu inviato in Russia allo stesso scopo. Gli aiuti americani fatti pervenire a Stalin nel 1942 consistevano in 14.000 aerei caccia bombardieri, dieci milioni di tonnellate di acciaio, e 800 carri armati Sherman, solo per citare i più notevoli.)
GV: Ritorniamo ai compiti dell’ARMIR in Georgia. Su
quale base puoi avanzare l’ipotesi di un presunto piano italiano di occupazione
di quella regione caucasica?
GP: Una documentazione di
fonte sicura prova l’esistenza di questo piano e la volontà di Mussolini di
realizzarlo, a condizione di ottenere l’appoggio dell’alleato tedesco nel
perseguimento di questo particolare obiettivo. Cosa che non avvenne. Sia perché
la Werhmacht si trovò ad affrontare impreviste difficoltà a Stalingrado, sia
perché tutti i programmi italiani che avrebbero dato un senso alla presenza
dell’ARMIR in Russia incontrarono il veto di Hitler. Fra questi c’era infatti
anche il piano di occupazione del Porto di Batumi da parte delle truppe
italiane. La conquista di questo importante scalo sul Mar Nero che convogliava
i flussi di petrolio dal Caspio e dall’Iraq verso il Mediterraneo, sarebbe
stato un primo decisivo passo verso l’auspicata ricostituzione dell’AGIP,
allora Agenzia Generale Italiana Petroli, e la ripresa delle attività
estrattive della nostra compagnia petrolifera, grazie alla concessione dei
territori di Quayara, località della regione di Mosul, concordata con il Gran
Muftì di Gerusalemme, Al Husseini, e con Rashid El Gailani; una volta che
quest’ultimo fosse stato posto nuovamente a capo del governo iracheno, grazie
all’intervento dell’Asse, dopo il passo falso del maggio 1941, che registrava
l’insuccesso dell’insurrezione antibritannica di Baghdad. La condizione di
sudditanza di Mussolini, riconducibile in gran parte allo stato di inferiorità
delle nostre truppe e alla necessità di avvalersi dell’appoggio germanico in
fatto di armamenti, fecero sfumare il piano italiano, direttamente collegato
con l’occupazione di Tbilisi e la costituzione del Protettorato Italiano della
Georgia.
La questione georgiana assumeva
grande importanza e, confessiamolo, costituiva un obiettivo non secondario di
sicura valenza economica per il futuro dell’Italia.
GV: Sarebbe stato questo il peso politico
maldestramente attribuito da Mussolini all’impresa italiana in Russia?
GP: Sì. Ma la scelta dei
tempi in cui attuare l’impresa era infelice. Un errore che costò caro all’ARMIR
e legittimò le pesanti accuse a carico del Duce.
GV: Cosa avrebbe dovuto aspettare? Che maturassero le
nespole? Con gli americani prossimi allo sbarco in Nord Africa e gli inglesi
quasi padroni del campo in Egitto e in Libia?
GP: Indubbiamente la scelta
di Mussolini fu per forza affrettata, a causa degli sviluppi della guerra e
dell’incalzare degli eventi.
Come è nota del resto la
totale dipendenza del Duce dalle decisioni del Fuhrer, il quale pretese,
contrariamente a quanto è stato scritto e testimoniato, l’affiancamento
dell’ARMIR alle truppe naziste, nel clima di reciproca diffidenza e del
malcelato timore
di assai probabili ritorsioni
tedesche contro l’Italia (bisogna riconoscere che i timori di Mussolini erano
fondati se si considerano i moniti minacciosi di Ribbentrop nel pretendere
durante la non-belligeranza l’immediato allontanamento dell’inviato di
Roosevelt in Italia, Sumner Welles, da Palazzo Venezia e da Palazzo Chigi; e se
si confrontano i verbali dei colloqui Hitler/Mussolini, avvenuti a Monaco
all’indomani della “liberazione” del Duce da Campo Imperatore – contenenti
esplicite minacce del Fuhrer di bombardare le principali città italiane del Nord,
qualora le direttive tedesche sulla costituenda RSI fossero state disattese).
Ma resta il fatto che
ordinare a 229.000 soldati di andare a combattere col moschetto dell’800,
contro i carri armati da 60 tonnellate e a 40 gradi sotto zero, significa volerli
mandare al macello.
Considero definito
l’argomento. Intendendo con questo evidenziare ancora il senso e le finalità di
questa intervista, senza cadere nel solito groviglio di polemiche sulla
colpevolezza di Mussolini, ma ribadendo, pur con le giuste attenuanti di cui ti
ho parlato, la sua
diretta responsabilità della
tragedia dell’ARMIR.
Tuttavia sto tentando anche
di dimostrare che la nostra Armata Italiana In Russia aveva, almeno sulla carta
e a prescindere dalle errate scelte di Mussolini, finalità precise, la cui
valutazione spetta oggi a 66 anni di distanza, alla sola coscienza storica. Con
questo intendendo il giudizio sereno ed obiettivo, libero dai legami di
qualsiasi trascorsa o rinascente impostazione ideologica e scevro dal
pregiudizio della superficiale e sbrigativa vulgata ancora persistente sul caso
Russia. Una coscienza storica maturata attraverso esperienze sofferte ed alla
luce dei cambiamenti intervenuti nel corso di questi 66 anni nello scenario
geopolitico mondiale, e libera dai pantani di un manierismo propagandistico
mediatico che confonde con impressionante disinvoltura la guerra di aggressione
condotta contro un Paese ricco di materie prime e petrolio, con la nobile
missione di apportarvi democrazia.
Curioso notare come Iraq e Georgia
siano teatri di guerra, oggi come allora ai tempi dell’ARMIR e per quasi
analoghi motivi!
Riferendoci proprio alla
Georgia, è venuta alla luce di
recente una documentazione, rimasta segreta per oltre sessant’anni, consistente
in una lettera inviata a Mussolini il 28 aprile del 1941 dal Capo del Partito
Socialista Federativo Georgiano, esule in Francia, J. Dagrachvilij, e fatta
pervenire al Capo del Fascismo tramite il governo di Vichy. Nella lettera si
richiede al Duce un sostegno finanziario per
l’Organizzazione Indipendentista Georgiana che, in lotta da decenni
contro il regime sovietico, offre in cambio all’Italia di Mussolini il
Protettorato della Georgia. E’ utile ricordare che il Duce aveva in numerose
occasioni fatto pervenire cospicue somme di denaro al Haj Alì Al Husseini,
Gran Muftì di Gerusalemme, che come
abbiamo già ricordato, offriva agli Italiani la concessione di sfruttamento del
petrolio di Mosul, in mano agli angloamericani grazie ai mille intrighi di cui
si era reso protagonista, insieme a Henry Deterding e a Walter Teagle, il
Premier inglese Winston Churchill. La questione georgiana e quella irachena
erano strettamente legate nella prospettiva mussoliniana per ragioni intuibili,
ma anche perché l’instaurazione in Georgia di una monarchia sul cui trono
sarebbe salito il Principe Irakli Bagrationi che, grazie all’intervento
italiano a Tbilisi, avrebbe enormemente facilitato la soddisfazione delle
esigenze petrolifere italiane attraverso la via del petrolio di Batumi, porto
sul Mar Nero situato in territorio georgiano. E’ bene ricordare, anche se il
fatto ha importanza secondaria, che Bagrationi era consorte della Contessa
italiana Maria Pasquini, amica dei Savoia e di Edda Ciano. Ed è forse meno
noto, proprio a proposito dei Savoia, che nel 1919 il Re Vittorio Emanuele III,
invocando uno dei diritti italiani stabiliti in favore delle potenze vincitrici
del I° conflitto mondiale, all’articolo n. 9 del celebre Patto di Londra
dell’aprile 1915, chiese ed ottenne l’assenso dell’altra potenza vincitrice, la
Gran Bretagna, attraverso i buoni uffici di Lloyd George, per l’invio in
Georgia, terra in fermento indipendentista e da sempre riluttante alla
sottomissione ai Soviet, di un contingente italiano di 85.000 soldati agli
ordini del Generale Giuseppe Pennella, che avrebbe dovuto difendere
l’indipendenza del Paese e sostenere la neonata Federazione delle Repubbliche
Transcaucasiche, Georgia, Armenia e Azerbaigian. Il governo Orlando, poco prima
di cadere, decise quindi con proprio decreto la spedizione italiana in Georgia
e ne stabilì termini e date. Ma il successivo governo Nitti ritenne di dover
bloccare la spedizione per non compromettere l’avvio di buone relazioni tra Italia e la futura Unione Sovietica dei
Bolscevichi, che nel breve intermezzo, non certo ispirandosi ai principi
invocati vent’anni più tardi con la mobilitazione della Grande Guerra
Patriottica, avevano stroncato con la forza l’insurrezione georgiana, facendo
strage degli oppositori e stabilendo a Tbilisi un governo di Soviet.
GV:
Non pensi che la presenza in Russia della nostra Armata trovi fra l’altro una
sua giustificazione nel quadro di un piano antisovietico di ampia portata, che
avrebbe previsto la partecipazione dell’ARMIR alla coalizione internazionale,
costituita in via ufficiosa, ma realmente condotta in Russia al seguito delle
truppe naziste, con lo scopo di abbattere il comunismo?
GP:
Certamente. La Russia del 1941/42 era teatro di scontro di diverse forze:
ideologiche, sociali, religiose ed economiche. Simile allo scontro che vi ebbe
luogo all’indomani della Rivoluzione Bolscevica e fu sostenuto da Gran
Bretagna, Francia, Italia, Stati Uniti e Giappone. Ma l’attacco sferrato contro
l’Unione Sovietica il 22 giugno 1941, fu l’inizio di un’operazione di enorme
portata, perché grazie ad essa ottenne i crismi della legittimazione politica
la profonda cesura che si intendeva scavare tra Est e Ovest.
Al
di sopra dei piani e delle strategie posti in atto dai belligeranti,
l’invasione dell’Unione Sovietica rispondeva infatti, in modo assoluto e quasi
perfetto, alla suprema esigenza di un nuovo ordine, nel quale poco spazio, se
non nessuno, sarebbe stato riservato al sistema economico marxista e al
comunismo. Prospettiva in cui, beninteso, si evidenziava lo scarso interesse delle
leadership politiche d’oltreoceano per gli aspetti religiosi del conflitto, in
chiaro rapporto con la “concretezza” americana che ridusse un’Enciclica papale, come quella di
Pio XI del ’37, a mero manuale di libera scelta di culto. Se è vero del resto
che l’Operazione Barbarossa rispondeva alle aspettative del mondo cristiano e
di gran parte della borghesia europea anche laica (si vedano le legioni di
volontari di mezza Europa animati dalla fede cristiana che andarono in Russia
al fianco della Wehrmacht), è anche vero e dimostrato che Hitler decise
l’attacco a sorpresa perché soggetto alle continue pressioni di coloro che
sollecitavano fin dal dicembre del ’40 (data della direttiva hitleriana n. 21)
un suo immediato intervento contro il nemico numero uno del capitalismo.
Indifferenti rispetto agli obiettivi tedeschi della ricerca di spazi vitali a
est, e tanto meno al presunto ruolo di “crociata” contro l’ateismo sovietico,
costoro, che avevano l’interesse molto più concreto nel vedere distrutta l’Unione
Sovietica, magari per mano di Hitler, e creare
sulle rovine di questa nuovi ed estesi mercati capitalistici, altri non
erano che i grandi gruppi industriali del Vecchio Continente e d’oltreoceano, i
rappresentanti delle Banche Centrali di mezzo mondo, che, guidati da Montague
Norman, governatore della Bank of England, notoriamente legato alla destra
inglese, ma ancor più a certi gruppi petroliferi americani, reclamavano il pagamento del
colossale debito contratto dal Reich nei confronti della Banca per i
Regolamenti Internazionali di Basilea, attraverso la quale il geniale, ma non
troppo, Ministro dell’Economia tedesca Djalmar Schacht, aveva fatto affluire i
sostanziosi finanziamenti alla Germania di Hitler, garantiti dall’emissione dei
noti effetti “ME.FO”, da parte del Consorzio costituito all’uopo dalla Sullivan
and Cromwell, degli antisemiti fratelli Dulles e formato dalle principali
industrie americane, allora già in odore di multinazionalismo, quali General
Motors, ITT, General Electrics, Standard Oil, Ford e della “tedesca
internazionale” I.G. Farben,. La tecnica era quella tipica delle banche
centrali, perfezionata a Jekil Island dall’astuto banchiere Warburg, che
risponde a due precisi imperativi:
indebitare il Governo di una
Nazione,
ordinare a questo di
intraprendere una politica gradita alle banche e nell’interesse del potere che
le controlla.
La coalizione internazionale
che si affiancò alle truppe naziste nell’Operazione Barbarossa era formata da
Waffen SS portoghesi, norvegesi, svedesi, finlandesi, belghe, francesi a dalla
spagnola Divisione Azul. Oltre naturalmente alle armate dell’alleato nel Patto
d’acciao, Italia, e degli alleati romeni e ungheresi di Antonescu e Horty.
Dietro alla presenza delle truppe della coalizione internazionale c’erano
naturalmente gli interessi di gruppi petroliferi concorrenti della Iraq
Petroleum Company, diventata nel frattempo il gioiellino intoccabile del signor
Winston Churchill, malgrado la proclamata politica dell’Open Door. Il Fuhrer, visto il successo iniziale delle
sue armate in Russia, sarebbe andato al sodo, rinunciando al quasi concluso
attacco a Mosca e, contro la volontà dei suoi sponsors, avrebbe concentrato le
Armate Centro e Sud sulla conquista del petrolio del Caucaso e sulla creazione
di vie marittime e fluviali per il successivo ingresso in Medio Oriente. Ed è
impensabile che il Fuhrer, giunto a Baghdad, si sarebbe limitato a reclamare la
quota del 25% della Iraq Petroleum Company, già appartenuta alla Deutsche Bank,
e assegnata ai francesi con il Trattato di Versailles.
Un
ruolo decisivo nell’esecuzione dell’Operazione Barbarossa doveva essere quello
dell’alleato del Tripartito, il Giappone, sul quale peraltro il Furher contava,
mentre i nipponici erano impegnati in Indonesia nella infruttuosa ricerca di
petrolio e oppressi dalle già ricordate vicende dell’embargo voluto da Jersey
Oil Company, Socony Mobil, Chevron, tutte con forti interessi in Iraq. La già
ricordata”svolta” di Pearl Harbour è significativa, perché serve a comprendere
la sopraggiunta esigenza di costituire contro il “Nazifascismo” un fronte comune, al quale avrebbero
partecipato, per quanto antisemiti, gli stessi creditori e sponsor di Hitler
nell’Operazione Barbarossa.
Ma veniamo all’Italia e alla
nostra ARMIR. Mussolini si era affrettato a spedire in Russia i Nostri Alpini,
sull’onda lunga della spinta propagandistica, tipica del Fascismo e del clima
nel quale i nostri ventenni di allora erano nati e cresciuti, che legava
indissolubilmente i loro destini a quelli di una Italia potente, temuta e
rispettata nel mondo. La loro istruzione e l’educazione cattolica ne aveva
forgiato il carattere, e quasi indotta la certezza di poter aspirare, grazie al
Fascismo, ad una vita migliore, i cui segni si potevano intravedere nell’entusiasmo
delle folle, negli estetismi scenografici delle parate militari e della
cartellonistica che richiamava la figura del soldato impavido ed imbattibile.
Il che appreso nell’ambito di una cultura catechistica che esaltava la Fede e
Cristo e condannava la Russia ad essere la Terra dei Senza Dio. E’ facile
immaginare quanto abbia influito nella formazione del morale di questi ragazzi
sia l’una che l’altra tradizione.
Si può anche immaginare lo
stato d’animo dei nostri ragazzi, dei nostri Soldati dell’ARMIR quando
scoprirono il pianeta Russia e la loro lieta sorpresa nell’incontrare tanta
brava gente tra le popolazioni ucraine e russe di cui essi, tranne poche
eccezioni, si guadagnarono la simpatia. Simpatie che gli Alpini sopratutto
cercarono di conservare nel tempo, benché si trovassero in territorio sovietico
in veste di occupanti. E’ bene ricordare le testimonianze della memorialistica
sulla Campagna di Russia e quelle che abbiamo potuto raccogliere direttamente
dagli anziani fra quelle genti che vissero nel ‘41/’42 a contatto con i nostri
Soldati a Rossosch e in altre località del Donetz e del Don. Si trattava a quel
tempo di donne, bambini e anziani, è vero. Ma gente che, sottomessa da tempo
immemorabile al giogo tirannico di ben altro invasore e abituata a vivere nel
costante timore che perfino le più innocenti e naturali manifestazioni di
appena distinte capacità intellettive potessero destare il sospetto del
dissenso (motivando l’applicazione immediata dei metodi brutali del regime come
la deportazione e la condanna ai lavori forzati nei gulag), confidava nella
solidarietà e nella generosità dei Nostri Soldati, giunti in armi nel loro
Paese anche per opporsi a quella feroce oppressione e alimentare speranze di
miglior vita.
Non è frutto di fantasia fra
l’altro, ma realtà (testimoniata ancor oggi dalla tradizione orale ucraina e
russa) quella che molti storici hanno omesso di riferire e riguarda i volontari
e unanimi segni di benvenuto manifestati dalla popolazione sottomessa al regime
sovietico, e consistenti nell’offerta simbolica del “pane e del sale” ai
soldati tedeschi che nell’estate del ‘41 facevano ingresso nelle città
dell’Ucraina. Con la speranza, risultata poi vana, di queste popolazioni
martiri che dai nuovi venuti fosse loro riservato un trattamento migliore
rispetto a quello del regime di terrore sotto il quale allora esse vivevano, e
senz’altro diverso dal trattamento criminale del polacco Maresciallo Pilsudski
che vent’anni prima, deciso ad estendere i confini di una grande Polonia fino
al Mar Nero, con gran sostegno di Gran Bretagna e Francia, avverse al
costituendo governo dei Soviet, invase l’Ucraina, facendo massacrare dalle sue
truppe migliaia di civili nelle città di Leopoli, Kiev, Dniepropetrovsk, Krivoj
Rog, Odessa e rendendosi responsabile di un vero genocidio che la storiografia
ufficiale con riluttanza ricorda.
Se nel corso dei mesi del
drammatico biennio ‘41/‘42 l’atteggiamento delle popolazioni mutò nei confronti
delle forze dell’Asse, questo si dovette al trattamento barbaro riservato agli
Ucraini e ai Russi dai reparti della SS tedeschi del Generale Koch e alle
paranoie razziste di Himmler e dello stesso Hitler. E’ ampiamente documentato
l’atteggiamento antisovietico delle popolazioni dei territori invasi
all’indomani del 22 giugno ’41, fra l’altro dagli insistenti e ripetuti
rapporti di Alfred Rosenberg, per mezzo dei quali il Generale nazista, suggerì
più volte al Fuhrer l’opportunità di formare delle divisioni di ucraini
dissidenti da affiancare alle truppe della Wehrmacht per combattere contro
l’Armata Rossa. Il rifiuto di Hitler di accogliere tale consiglio,
evidentemente riconducibile alla sua innata diffidenza verso gli Slavi, risultò
alla fine essere un errore di non secondario peso in tutta l’Operazione
Barbarossa; non solo, l’applicazione dei brutali metodi di Koch, assecondati da
Hitler, consistenti nel far piazza pulita di prigionieri e civili, impiccandoli
anche senza motivo, determinò la reazione dei civili contro i tedeschi e in
generale contro l’Asse, dando vita al fenomeno del partigianesimo. Questo
facilitò il compito della propaganda anti nazista e “legittimò” il severo
monito staliniano a combattere la grande guerra patriottica contro l’invasore,
rendendo ben chiaro peraltro che chiunque non lo avesse accolto, sarebbe stato
passato per le armi.
E’ notorio infatti che il
soldato sovietico che di fronte al nemico si fosse ritirato, anche nel caso in
cui non gli fosse restato obiettivamente altro da fare, veniva ucciso sul posto
da appositi plotoni, disposti all’uopo da un Commissario Politico. L’ordine del
“non
un passo indietro” nasceva, fra l’altro, dal serio timore di Stalin che
fra le popolazioni russe e occupanti stranieri, Italiani in particolare, si
fossero instaurati, come del resto in effetti era, legami di amicizia e
solidarietà.
GV: Credo convenga a questo punto mettere a fuoco le
circostanze e gli sviluppi degli eventi, europei ed extraeuropei, che
costrinsero Stalin a rivedere una rigida posizione antioccidentale di puro
stampo ideologico e a percorrere vie politiche più “opportune”, se non
indispensabili alla stessa esistenza dell’Unione Sovietica. Un atteggiamento
suggerito dai criteri di Realpolitik che connotò la politica internazionale di
Stalin, fermi restando il clima di terrore e di repressione che
caratterizzarono il sistema di governo interno.
GP: Certo. E a questo
proposito è bene ricordare come le Potenze occidentali decisero di attribuire
all’Unione Sovietica un preciso compito e affidare al georgiano Stalin un nuovo
ruolo ad esse conveniente. Spinti ad operare in tal senso dalle continue e
forti pressioni dei veri arbitri della politica internazionale (le Compagnie
petrolifere Standard Oil of New Jersey del gruppo Rockefeller, Socony Mobil,
Chevron, Texaco, l’inglese Iraq Petroleum Company, nonché i colossi industriali
come Ford, General Motors, IBM, ITT e il Cartello Bancario facente capo ai
gruppi Morgan, Rothschild, Warburg, Baruch, di chiara ispirazione sionista, il
cui centro di manovra era la Federal Reserve Bank che vantava potenti diramazioni
nelle Banche Centrali europee e in particolare nella Bank for International
Settlements di Basilea) Churchill e Roosevelt decisero (o meglio obbedirono
alla decisione dei sopra elencati) di avvalersi di Stalin per fermare Hitler,
lanciato verso la conquista del petrolio del Caucaso e dell’impero del cartello
petrolifero angloamericano in Medio Oriente. Superfluo ricordare che il Fuhrer,
giunto alle porte di Stalingrado, poteva contare e non solo in quell’occasione,
sul forte appoggio dei mussulmani che poi egli avrebbe guidato in massa verso
la liberazione della Palestina. L’atteggiamento di Roosevelt verso Stalin, ma
più ancora quello di Churchill, fu suggerito dalla tattica del minor male come
estremo rimedio. Il Presidente americano e il Premier inglese dovettero
ingoiare il rospo, essendo ben nota la storica avversione del mondo capitalista
nei confronti del comunismo e dei dogmi economici dell’Unione Sovietica, già da
tempo definita “Impero del Male” e “Red Scare” il grande pericolo che essa rappresentava
per l’Occidente. Tuttavia nel redigere la “Carta Atlantica” nell’agosto del
’41, il Premier inglese giocò d’astuzia, quando estromise Stalin dal gruppo di
rappresentanti delle nazioni che avrebbero potuto sottoscrivere il celebre
documento-impegno, mentre con sfacciata ipocrisia, visti i trascorsi inglesi e
americani, egli enunciava le quattro libertà delle quali i paesi sottoscrittori
dovevano rendersi garanti: libertà di parola e di culto, libertà dal bisogno e
dalla paura. Se le prime due e la quarta potevano assumere nei confronti di
Stalin il significato di una provocazione, la terza sembrò concepita apposta
per lui. Se il bisogno può infatti scaturire in teoria dalla mancanza delle
altre tre, era proprio in quel momento il concreto stato di bisogno dell’Unione
Sovietica a rendere ovvia l’offerta di un aiuto concreto a Stalin da parte
degli alleati. In cambio di certe garanzie che il Capo dei Soviet avrebbe
dovuto offrire: la sospensione delle attività del Komintern (almeno
temporaneamente), l’eliminazione dei deviazionismi trotzkiski e bordighiani, il
contenimento del comunismo in un solo paese, un nuovo impulso al fuoriuscitismo
italiano, incrementando il sostegno finanziario a favore di quest’ultimo, in
vista dell’esecuzione immediata di un piano più ampio che prevedeva il
disfacimento delle Nostre Forze Armate inviate in Unione Sovietica, al fine di
renderne impossibile una eventuale futura ricostituzione e un probabile impiego
nella delicatissima strategia del bacino mediterraneo. Il baratto delle quattro
libertà ebbe successo. Averell Harriman ed Harry Hopkins volarono a Mosca in
qualità di consiglieri di Roosevelt e coordinatori della struttura
organizzativa alleata che avrebbe in breve tempo fatto pervenire all’Unione
Sovietica gli aiuti americani.
Osservando la vicenda
dall’altro lato, ci si rende conto che la politica estera di Josip Djugasvilji
Vissarionovic, detto Stalin, si distingueva appunto per quell’insieme di
misure, da lui adottate nel periodo bellico, che, discusse e chiarite poi nel
corso delle intese di Yalta, obbedivano ai criteri della Realpolitik
occidentale. Una sorta di scambio di reciproci impegni che le potenze
capitaliste furono costrette ad assumere con l’Unione Sovietica, in vista
dell’unico sbocco delle operazioni belliche ad esse favorevole, quello cioè che
avrebbe portato alla definizione delle linee del bipolarismo. Intendendo con
questo fra l’altro il tracciato di confini che il comunismo internazionale non avrebbe potuto oltrepassare
e che avrebbe permesso all’Unione Sovietica di esercitare, all’interno di
un’area ben definita, quelle funzioni di contenimento e di controllo tanto dei
deviazionismi trotzkisti, quanto degli eterni fermenti delle popolazioni
islamiche sottoposte al regime dei soviet. Previsioni d’intesa elastica, come
qualcuno l’ha voluta chiamare, caratterizzante l’intero periodo della guerra
fredda, logorata dai conflitti est - ovest di bassa intensità, al culmine dei
quali si sarebbe registrato il crollo sovietico definitivo, grazie allo scaltro
utilizzo della forza islamica nella guerra afghana. La premessa serve a
spiegare il grande timore equamente condiviso da Stalin e da Gran Bretagna e
Stati Uniti, che le venti divisioni di musulmani filonazisti arruolati da
Hitler alla fine del ‘42 e costituiti in Waffen Islam SS del Kazakhstan,
dell’Azerbaigian, Turkmenistan, Cecenia, Dagestan, Uzbekistan etc. risultassero
decisive per il successo del piano hitleriano di penetrazione in Medio Oriente
e per la conquista dei territori petroliferi. Ecco la vera ragione degli
accordi tra Stalin, Churchill e Roosevelt, dei colossali aiuti americani alla
Russia, della disfatta dell’Asse, della tragedia dei Nostri Alpini sulle rive
del Don e nel corso del drammatico ripiegamento.
GV: E l’Italia di Mussolini poteva sperare nella
promessa di una concessione petrolifera dal governo iracheno?
GP: Certo. Il Duce (che aveva
finanziato in numerose occasioni Al Husseini e Rashid El Gailani, quest’ultimo
rappresentante del governo iracheno in esilio)* contava di potersi rifare dello
smacco subito dall’AGIP nel ’35, quando la nostra compagnia petrolifera
possedeva il capitale di maggioranza della BODC (British Oil Development
Company) la quale estraeva il greggio di Mosul e Quayara, lasciando il gravoso
compito di pagare l’affitto concordato con il governo iracheno alla sola AGIP.
Circostanze che non furono mai chiarite, pur essendo allora evidente nella
questione l’intrigo architettato ai nostri danni da un astuto Winston
Churchill, indussero Mussolini a svendere la quota di maggioranza dell’AGIP (il
56%), che fu subito incamerata dalla Iraq Petroleum Company. Un errore di
doppio peso, quello commesso dal Duce. Attraverso la svendita della quota di
maggioranza AGIP l’Italia ottenne un limitato finanziamento per sostenere una
parte delle spese previste per l’impresa etiopica. Nell’occasione Mussolini non
si avvide che l’imperialismo vecchia maniera, consistente nella costosissima
occupazione militare dei territori era destinato all’insuccesso, mentre il
neocolonialismo intrapreso dalla Gran Bretagna con l’ “ipocrita”** ma
funzionale formula dello
“Indirect Rule” o del
“mandato”, le avrebbe assicurato il controllo delle aree ricche di materie
prime e di fonti di energia, mascherando opportunamente autentiche politiche di
aggressione con la pretesa di apporto di “liberaldemocrazia”.
* Confronta Il Diario di Ciano
** Mussolini definì i mandati “ipocrite formule”
GV: Quali altri motivi sarebbero stati alla base della
disfatta italiana in Russia?
GP: Non è difficile
considerare l’enorme portata della disastrosa Campagna di Russia sul piano
politico e sociale, come causa determinante di una svolta che si verificò nella
vita del nostro Paese. La sconfitta italiana era ormai certa su tutti i fronti
all’inizio del 1943, ma gli effetti della nostra disfatta in Russia sembrarono
quasi calcolati sulla base dell’importanza strategica e militare che Gran
Bretagna e Stati Uniti annettevano alla nostra Penisola sul Mediterraneo.
Superfluo ricordare che l’impatto del nostro disastro in Russia sull’opinione
pubblica italiana avrebbe provocato sdegno e pietà, insieme al desiderio di
chiudere l’ultimo tragico capitolo della guerra, rinnegando magari un passato
scomodo, e predisporsi ad accettare quei mutamenti che “giustificavano” e
imponevano la collocazione dell’Italia nello scenario di un nuovo ordine
mondiale. Constatato questo, considerata l’essenziale esigenza degli alleati di
destituire Mussolini e di far cadere il Fascismo ed osservata la quasi
coincidenza di operazioni militari alleate su fronti diversi, come lo sbarco
americano in Algeria e Marocco del novembre ’42 e il contemporaneo ribaltamento
della situazione a Stalingrado (che con grande sorpresa volgeva da allora a
favore dei Russi), è ingenuo non pensare a sicure intese, in seguito precisate
a Tehran, Casablanca e Yalta, sull’opportunità di una concordata, comune azione
“alleata” tesa prima a sabotare e poi a distruggere le nostre Forze Armate,
impegnate su diversi fronti, ma specialmente quelle schierate sul fronte russo.
A sostegno di questa tesi intervengono, oltre a quelle già segnalate,
osservazioni di carattere generale su due eventi di enorme portata verificatisi
all’inizio del 1900. Mi riferisco al cambiamento del regime energetico e alla
Rivoluzione Bolscevica. Non è il caso di dilungarsi nella cronistoria degli
sviluppi di queste due “rivoluzioni”, anche se i più attenti trovano nell’esame
del loro intero “excursus”, da una parte elementi che avrebbero giustificato
una criminale politica di intrighi condotta ai più alti livelli per assicurarsi
il controllo assoluto delle fonti di petrolio, dall’altra i motivi sostanziali
di una guerra fredda iniziata molto prima del ’45 e precisamente nel 1919; gli
sviluppi dell’una e dell’altra si intrecciarono a tal punto da rendere inestricabile
la soluzione compromissoria di troppi contrasti in una condizione di precaria
pace. Se per questa ragione la guerra fredda divenne bruciante per circa sei
anni e più di un patto col Diavolo fu stretto per conservare quei privilegi e
vincerla; quando tornò a raffreddarsi non divenne meno proterva ma fu condotta
fino all’epilogo del lungo scontro fra libero mercato e il sistema economico
pianificato della terra dei soviet, fra diritto di proprietà privata e la
proprietà di tutti e di nessuno. Risultato finale di tutto rispetto: il crollo
dell’Unione Sovietica e la recinzione armata di un’esclusiva, vasta “Riserva di
Caccia”, la quasi totalità dei pozzi petroliferi esistenti al mondo. E infine
il fenomeno forse meno sorprendente: la crisi d’identità del Comunismo storico
europeo dai vari volti, incline a cercare nel centrismo odierno esigui spazi di
precarie formazioni di governo, al riparo dalle piogge sporche di una memoria
forse più scomoda di quella fascista, che ne rivela l’incapacità di svolgere un
ruolo in seno ad una funzionale sinistra, nella ancor vana ricerca di
comprendere i sostanziali equivoci della teoria marxista.
L’accenno alle fasi
conclusive degli eventi politici del secolo scorso serve a ricondurci al 1942,
alla sconfitta italiana in Nord Africa e a quella che si stava profilando in
Russia, rendendo oggi possibile un approccio critico a quelle vicende, allora
pressoché impensabile. Il che ci autorizza perlomeno ad osservare nel contesto
bellico del ‘42/43 la volontà degli Alleati di puntare sul teatro di guerra
italiano particolari attenzioni alla fase preparatoria, che avrebbe preceduto
l’intervento militare e la successiva occupazione del nostro suolo, svolgendo a
tal fine quell’intensa attività di propaganda antifascista che doveva trovare
sostegno e convincenti motivi sopra tutto nell’ecatombe dell’ARMIR in Russia.
Le attenzioni inglesi
sull’opinione pubblica italiana si coniugarono perfettamente con le iniziative
adottate dal sistema informativo angloamericano e degli stessi inglesi e si
concretizzarono con la creazione di organismi con speciali funzioni
propagandistiche e il compito di svolgere una sistematica azione di sabotaggio
ai danni delle nostre Forze Armate.
Per fare un esempio una
Sezione speciale operativa fu creata da Winston Churchill a da Hugh Dalton nel
luglio del ’40, all’indomani dell’entrata in guerra dell’Italia, e nel momento
più critico per la Gran Bretagna, quando grazie al patto di non aggressione
Russo-Tedesco, il Premier britannico vedeva Londra bombardata dagli Stukas
della Luftwaffe, ben riforniti del petrolio sovietico di Baku. L’iniziativa di
Churchill in tale circostanza fu quella di affidare ai “Baker Street
Irregulars”, così erano chiamati gli agenti della sezione speciale, poi
diventata SOE (Special Operations Executive), la conduzione di operazioni di
sabotaggio contro quello che egli chiamava “il ventre molle dell’Asse”, ovvero
l’Italia. Ma il compito più importante che costoro avrebbero dovuto svolgere
consisteva nell’avvicinare gruppi di esuli antifascisti in Francia anche in
vista della costituzione di formazioni partigiane, fin dall’inizio
abbondantemente finanziate, che avrebbero trovato un successivo impiego in
territorio italiano. Altro compito del SOE era quello di tastare il polso di
alcuni vertici della Marina Italiana e dello Stato Maggiore Generale che
avevano mostrato avversione per i tedeschi e disaccordo con le decisioni del
Duce. (I nomi si sanno ma omettiamoli, ricorrendo al solito velo pietoso!)
Ma non è tutto! Forte del
fatto che nel ‘40 non esisteva ufficialmente uno stato di guerra tra Gran
Bretagna e Unione Sovietica e consapevole delle difficoltà nel reperire altrove
altrettanti possibili collaboratori di marcata convinzione antifascista, ma
anche propensi a privilegiare un’ idea e una prassi, poste comunque al di sopra
di ogni sentimentalismo patrio, il Premier inglese puntò tutte le sue
attenzioni sui fuoriusciti italiani a Mosca, dando la stura alla corrente più
vasta ed efficace di un’opposizione estremista che, proprio perché forzatamente
contenuta entro gli argini “artificiali” di un patto inedito, sarebbe stata
usata nel momento propizio per contribuire all’avvio di una crisi irreversibile
che avrebbe determinato la caduta del Fascismo, concludendosi con l’armistizio
e la resa incondizionata di Cassibile. Se osserviamo le date del 25 luglio e
del 3 settembre 1943 e poniamo i relativi eventi in relazione al gennaio dello
stesso anno e a quanto accadde e sarebbe poi accaduto in Russia, non è
difficile dedurre i motivi della presenza di un loquace Togliatti a Salerno
nell’aprile del ’44, forte dell’intesa, concordata con Stalin, ma ancor prima
con Churchill e Roosevelt, e guadagnata dall’ineffabile Palmiro, con il suo
“buon lavoro” eseguito a gomito dell’NKDV e i particolari “servizi” che egli
rese ai Nostri Soldati, prigionieri dei lager sovietici.
Ma a parte questo, la Svolta
di Salerno dimostra che la proficua collaborazione offerta agli alleati dai
fuoriusciti italiani in Unione Sovietica non si limitò alla prestazione delle “cure”
riservate ai Nostri Soldati prigionieri in Russia, ma iniziò molto prima.
Precisamente quando Churchill, deciso ad eliminare l’intralcio dell’Italia
sulle rotte inglesi del Mediterraneo, propose anche ai Partiti Comunisti
clandestini di svolgere azioni di controspionaggio, lautamente remunerate. Fra
questi, anche al PCI di Togliatti, che, malcelando i sintomi della sindrome da
“disorientamento” causata dal patto scellerato Ribbentrop-Molotov, trovò
provvidenziale la richiesta di collaborazione inglese, dopo che i flussi dei
finanziamenti di Stalin ai fuoriusciti si erano interrotti con la chiusura e
confisca della Banque Commerciale de l’Europe du Nord di Parigi da parte delle
truppe di occupazione nazista. Questa banca, di proprietà sovietica, sovvenzionava
i partiti comunisti di mezzo mondo e faceva pervenire cospicue somme di denaro
al PCI clandestino, attraverso l’ambasciata sovietica in Italia di Via Gaeta, 5
a Roma, almeno fino al 10 giugno del ’40. La sua chiusura creò ovviamente non
pochi problemi a Togliatti e al suo seguito.
GV: Agli attenti servizi inglesi non saranno sfuggiti
in quell’ occasione i segnali dell’imminente emanazione della direttiva n. 21
da parte di Hitler, consistente nel
piano di invasione dell’Unione Sovietica, considerato l’atteggiamento
dell’Ammiraglio Canaris e certe aperture confidenziali in seno all’Abwher.
GP: Ovvio. Ma in attesa del
fatidico 22 giugno 1941, cioè dell’avvio dell’Operazione Barbarossa, l’attività
di Churchill fu ugualmente febbrile. Dopo aver superato le sue innate barriere
ideologiche, egli decise di superare anche quelle religiose (e razziali, se
vogliamo) cercando la distensione dei rapporti con gli arabi (che egli
disprezzava) e in generale con l’Islam. Informato infatti delle chiare tendenze
filonaziste del Gran Muftì di Gerusalemme, Haj Alì Al- Husseini, propose a
costui una sostanziale riduzione delle truppe britanniche presenti a Baghdad e
a Mosul, e l’interruzione del flusso migratorio di ebrei in Palestina, in
cambio della sospensione delle attività di propaganda e agitazione irredentista
in pieno corso non solo fra i musulmani sottoposti al “governo
indiretto”britannico, ma anche fra le numerose popolazioni islamiche
dell’Unione Sovietica, contando sul carisma del Muftì per convincere queste
masse a “diventare” filoinglesi e naturalmente sulla nota venalità del
religioso nell’accettare in cambio un lauto compenso. La proposta creò seri
trambusti negli ambienti diplomatici occidentali e le immediate proteste
dell’Organizzazione Sionista Mondiale, nonché delle Compagnie Petrolifere
angloamericane operanti in Iraq, perché fu accolta e in parte attuata. I
risultati furono nefasti per gli arabi e per gli ebrei, vittime questi ultimi
delle inasprite misure adottate da Hitler che lo indussero ad affrettare i
tempi della soluzione finale, poi precisati nella conferenza di Wansee nel
gennaio ’42. Nella circostanza l’ambiguità e la doppiezza del Gran Muftì non fu
inferiore a quella del Premier inglese, perché da un lato la proposta
distensione ebbe l’effetto contrario fra i musulmani determinando ulteriore
fermento e punte di estremismo che provocò il raddoppio anziché la riduzione
delle truppe britanniche presenti in Iraq e in Palestina a tutela del mandato.
Ma procurò sopra tutto serie preoccupazioni a Stalin che inasprì il trattamento
riservato alle popolazioni islamiche sovietiche, ordinando le loro deportazioni
in massa. La circostanza pesò non poco nel suo mutato atteggiamento nei
confronti di Hitler, al punto da indurre Stalin ad avanzare assurde e
provocatorie pretese di poter procedere all’occupazione sovietica di una
consistente fascia territoriale balcanica con l’imprimatur del Fuhrer.
Il caso, insieme alla
questione islamica, indusse Hitler ad affrettare i tempi dell’attacco contro
l’Unione Sovietica, anche perché il Gran Muftì, trasferitosi armi e bagagli a
Berlino dopo l’insuccesso della proposta inglese, garantì al Furher il sostegno
incondizionato delle costituende armate musulmane che si preparavano a
combattere con entusiasmo e rinnovata fiducia al fianco della Werhmacht contro
l’Armata Rossa, per liberare i loro correligionari delle repubbliche sovietiche
dal giogo politico staliniano e dall’oscurantismo ateo dei comunisti. Hitler, è
bene precisarlo, accolse di buon grado l’appoggio musulmano, per le
inderogabili necessità di petrolio occorrenti alle proprie divisioni. Il suo
piano di invasione prevedeva infatti una rapida corsa delle Armate Centro e Sud
verso il Mar Nero e il doppio passaggio dell’occupazione nazista lungo la via
del petrolio Batumi – Baku con il finale ingresso dei Panzer nazisti in Iraq
attraverso la direttiva Baku - Tabriz – Baghdad. Il filonazista iracheno Rashid
El Gailani, col quale Mussolini aveva concluso felicemente le trattative per il
controllo italiano del Caucaso, sarebbe stato posto a capo del governo di
Baghdad e, dopo lo smembramento della Iraq Petroleum Company e la costituzione
di una Compagnia con capitale di maggioranza tedesco, Hitler sarebbe corso ad
occupare la Palestina. Queste naturalmente erano previsioni!
Churchill ottenne tuttavia in
parte quello che voleva. Lo sventurato coinvolgimento dell’Italia
nell’Operazione Barbarossa.
GV: Quali sarebbero state le più vistose operazioni di
sabotaggio portate a termine ai danni del Nostro Esercito e della Nostra
Marina?
GP: E’ difficile rispondere.
Direi che il fenomeno deve essere osservato nel più ampio contesto della realtà
dell’Italia fascista, dove Ministeri, Enti preposti, Uffici e Organismi
militari operavano a compartimenti stagni, ciascuno attribuendosi limiti di
competenza e reclamando autonomie e autorità interne che non hanno certo
giovato allo spirito di collaborazione indispensabile in un Paese che si
prepara a fare la guerra. Un Paese, l’Italia di allora, oltre tutto poco
incline nel settore della produzione di armamenti ad adeguarsi ai criteri di
continuo aggiornamento, essenziale in quel periodo. Il che risulta inspiegabile
se si pensa all’impresa etiopica e al nostro intervento in Spagna. Ma a
prescindere dallo strano e controproducente operato dello Stato Maggiore
Generale, è il caso di ricordare che l’industria italiana, salvo poche
eccezioni, era più propensa ad entrare nel libero mercato piuttosto che
mantenere i modesti sbocchi della propria produzione negli esigui ambiti
dell’economia autarchica di Mussolini. E qui per inciso notiamo che gran parte
della produzione di armi di Ansaldo, Oto Melara, Breda, Fiat, per citare le più
importanti, era destinata all’estero, con l’ovvio disappunto del Duce, il quale
dovette però adeguarsi a quella linea per via dei poco incoraggianti prospetti
di bilancio sottoposti alla sua attenzione dal Ministero Scambi e Valute.
Ipotesi apparentemente paradossali sono state avanzate da alcune parti,
peraltro attendibili, riguardanti la vendita di armi di fabbricazione italiana
alla Gran Bretagna nell’approssimarsi della rottura delle relazioni
diplomatiche fra i due Paesi e continuata anche in tempi successivi,
all’insaputa del Duce. Restando però nota nell’ambiente dello Stato Maggiore
Generale la tattica inglese di impiegare la nostra industria nella produzione
di modelli vetusti e dalla concezione superata, che la Gran Bretagna avrebbe
comunque acquistato, con il primario scopo di distogliere l’attenzione dei
nostri tecnici industriali dalle nuove e più aggiornate tecnologie già
acquisite e prodotte dagli inglesi. Una burocrazia notoriamente farraginosa ha
poi complicato ulteriormente le cose, allungando a dismisura i tempi della
produzione e delle consegne di materiali richiesti dai competenti settori dello
Stato Maggiore e del Ministero della Guerra. Questo stato di cose ha facilitato
il compito di chi avesse voluto portare a termine azioni di sabotaggio nel
nostro Pese e sui fronti di guerra.
Credo sia il caso di
accennare allo spionaggio che è risultato più dannoso per l’Italia, quello a
favore dell’Unione Sovietica.
Ricordando i noti informatori
dell’NKDV, Ruggero Zangrandi, Giorgio Conforto e Gaetano Fazio, non possiamo
fare a meno di notare l’atteggiamento talvolta tollerante del nostro SIM nei
loro confronti. La collaborazione di costoro con i fuoriusciti italiani in
Russia e l’NKVD risalirebbe addirittura al 1941 e sarebbe provata dal
trattamento di “favore” riservato da Stalin ai vari Togliatti, D’Onofrio,
Bianco, Montagnana e Fiammenghi, diverso da quello riservato invece ai
comunisti fuoriusciti, tedeschi e ungheresi, e determinato proprio dai proficui
successi informativi ottenuti da spie operanti in Italia e fuoriusciti italiani
in Russia.
Nell’ambito delle “attività” dei fuoriusciti, non dovrebbe dunque sorprendere più di tanto il fatto che l’invito alla diserzione perveniva in qualche modo ai Nostri Soldati dello CSIR già nel 1941, allorché si raccomandava al Nostro Combattente in Russia di liberarsi del barbaro aspetto di invasore e del veleno fascista e consegnarsi a qualsiasi ufficiale dell’Armata Rossa, pronunciando la frase convenuta: “Parlate di me al compagno Petrov!” (precise testimonianze di Reduci dalla Russia lo provano.)
Saldi e di vecchia data erano
dunque i legami tra fuoriusciti italiani, NKVD e spie operanti all’interno del
nostro Paese. Rinnovati e potenziati poi nell’ambito del “lavoro”di
indottrinamento, con le minacce di ritorsioni sui familiari dei prigionieri in
Italia, nel corso degli interrogatori, nella ricerca di delatori, nella
costituzione di cospicui fondi destinati alla costosa organizzazione delle
cosiddette scuole antifasciste e alla pubblicazione del giornale l’Alba.
Curioso constatare come
questi fondi lautamente elargiti dalle fonti citate, non siano mai stati impiegati,
neppur in minima misura, per alleviare anche di poco le sofferenze e il
martirio dei Nostri Soldati Prigionieri di lager sovietici, scaricati alla
mercé delle barbarie animalesche russe dai loro stessi connazionali. E non
siano serviti nemmeno a improvvisare una pur rozza e primitiva “struttura” che
dei prigionieri si occupasse almeno della corretta registrazione dei nomi, al
momento del loro ingresso nel campo di concentramento, al momento del decesso e
della giusta segnalazione del luogo di sepoltura, pur trattandosi in genere di
fosse comuni.
Lasciamo alla sensibilità
storica di chi ci legge, l’osservazione del preoccupante e prolungato connubio
tra spie interne e fuoriusciti (meritevoli poi di un riconoscimento al valore
militare e civile e addirittura in certi casi della intitolazione ai loro nomi
di strade e piazze d’Italia, motivandole forse anche col trattamento di “tutto
riguardo” che essi riservarono ai Nostri Soldati in Russia) che continuò in
Italia nel travagliato periodo successivo all’8 settembre del ’43. Citiamo in
proposito l’attentato di Via Rasella a Roma del marzo 1944, assurto a simbolo
del “valore” dei combattenti per la liberazione d’Italia, ma avvilito dai
retroscena che immediatamente emersero e
lo connotarono come atto indegno della nostra civiltà e da ascriversi nel lungo
elenco dei crimini del PCI che, forte della cultura dell’intrigo, appresa a
Mosca, non esitò ad applicarla nel nostro martoriato Paese su direttiva di
Stalin, il quale pretese che del governo italiano appena riconosciuto
dall’Unione Sovietica entrassero a far parte solo esponenti di provata fede
staliniana, eliminando fisicamente gli stessi Comunisti italiani che non
avessero lo stesso requisito, ma il solo diritto di partecipare alla vita
parlamentare e di governo come legittimi rappresentanti della stessa forza di
sinistra. Gli autori dell’attentato, esponenti di spicco del PCI legati alla
linea di Mosca, attribuendosene la paternità solo dopo che la rappresaglia
tedesca delle Fosse Ardeatine era stata portata a termine, manifestarono la
volontà di aver agito proprio per far scattare la reazione nazista che si
sarebbe scatenata contro i loro concorrenti non graditi a Mosca, ma sfortunati
compagni di militanza politica e vittime per questo dell’eccidio alle Fosse
Ardeatine.
Ogni ulteriore commento è
superfluo.
GV: Per concludere possiamo fare un commento
sull’appello che Vincenzo Bianco rivolse a Togliatti, affinché i nostri Soldati
prigionieri ricevessero un trattamento più umano?
GP: Dobbiamo aprire il capitolo
più tragico e doloroso della Campagna di Russia: la prigionia.
Le vicissitudini dei Nostri
Soldati Prigionieri in Russia sono ampiamente descritte nei 500 volumi della
memorialistica.
Superfluo aggiungere altro.
Riportiamo solo per onor di
cronaca i passi significativi della lettera del 31 gennaio 1943 che Vincenzo
Bianco, dirigente italiano del Komintern, indirizzò a Palmiro Togliatti,
rivolgendo a questi un appello affinché la pur minima iniziativa fosse presa
dai “funzionari italiani” del Komintern, per alleviare le sofferenze dei Nostri
Soldati Prigionieri, sottoposti a prove di durezza inaudita, e al fine di
ridurre gli insostenibili eccessi di mortalità tra le loro file.
Rivolgendosi al compagno
Togliatti, scriveva allora Bianco:
“Ti pongo una questione molto delicata
di carattere politico molto grande. Penso che bisogna trovare una via, un mezzo
per cercare, con le dovute forme, con il dovuto tatto politico, di porre il
problema, affinché non abbia a registrarsi il caso che i prigionieri di guerra
muoiano in massa, come ciò è avvenuto. Non mi dilungo, tu mi comprendi, perciò
lascio a te di trovare la forma per farlo.”
Cosi Togliatti rispondeva a
Bianco il 15 febbraio 1943:
“ La nostra posizione di principio
rispetto agli eserciti che hanno invaso l’Unione Sovietica è stata definita da
Stalin, e non vi è più niente da dire. Nella pratica
però, se un buon numero di prigionieri morirà, in conseguenza delle dure
condizioni di fatto, non ci trovo assolutamente niente da dire. Anzi. E
ti spiego il perché. Non c’è dubbio che il popolo italiano è stato avvelenato
dall’ideologia imperialista e brigantesca del fascismo. Non nelle stessa misura
che il popolo tedesco, ma in misura considerevole. Il veleno è penetrato tra i
contadini, tra gli operai, non parliamo della piccola borghesia e degli
intellettuali- è penetrato nel popolo insomma. Il fatto
che per migliaia e migliaia di famiglie la guerra di Mussolini e soprattutto la
spedizione contro la Russia si concludano con una tragedia, con un lutto personale,
è il migliore, è il più efficace degli antidoti…
I massacri di Dogali e Adua
furono uno dei freni più potenti allo sviluppo dell’imperialismo italiano, e
uno dei più potenti stimoli allo sviluppo del movimento socialista. Dobbiamo
ottenere che la distruzione dell’Armata Italiana in Russia abbia la stessa
funzione oggi…E’ difficile
, anzi impossibile, distinguere in un popolo chi è responsabile di una politica
e chi non lo è, soprattutto quando non si vede nel popolo una lotta aperta
contro la politica delle classi dirigenti. T’ho già detto: io non sostengo
affatto che i prigionieri si debbano sopprimere, tanto più che possiamo
servircene per ottenere certi risultati in un altro modo; ma nelle durezze oggettive che possono provocare la fine di
molti di loro non riesco a vedere altro che la concreta espressione di quella
giustizia che il vecchio Hegel diceva essere immanente in tutta la storia”
Lasciamo il commento di questa lettera agli Italiani!
Da parte nostra possiamo solo
permetterci - credo sia legittimo – un commento sulla personalità di chi l’ha
scritta.
Nell’esordio, Togliatti mette
bene in chiaro una cosa: il suo personale stato di paura.
Considerando la posizione che
egli occupa nel Kominter ha più ragione di altri di temere. Pensa infatti che
una richiesta del genere o sia una trappola dei compagni che lo invidiano o un
test che ne misuri la granitica fermezza
e l’idoneità a svolgere il ruolo di tutore del popolo e di “vate” del comunismo
(l’affiatamento tra fuoriusciti antifascisti italiani trovava la sua quasi
perfezione nelle disposizioni del famigerato articolo 58 della Costituzione dei
soviet). Egli si affretta subito a chiudere ogni spiraglio di sensibilità che
gli perviene proprio da un compagno di militanza politica (Bianco) il quale,
impressionato dal crudele trattamento riservato ai Prigionieri dell’ARMIR,
rivolge a Togliatti un appello umanitario e niente di più, al fine di vedere
solo minimamente alleviate le sofferenze dei nostri Soldati (sempre suoi
connazionali) e di ridurre in qualche modo il numero raccapricciante dei
decessi di Prigionieri Italiani che stava assumendo le dimensioni
dell’ecatombe. Nella lettera di Bianco si intravede fra l’altro traccia di quel
minimo decoro personale che dovrebbe avere qualsiasi carceriere e inquisitore e
che invece mancò agli aguzzini italiani fuoriusciti in Russia.
Le prime due righe della
risposta di Togliatti si riducono ad una banale (e non richiesta) dichiarazione
di fedeltà a Stalin, vittima col suo grande popolo, degli invasori fascisti o
meglio del guarrafondaio Mussolini che li avrebbe mandati ad occupare la Russia.
Aggiungendo che “è già
stata definita da Stalin la posizione di principio rispetto agli eserciti che
hanno invaso l’Unione Sovietica”, non fa
altro che trarre da uno stentorio sentimento di pietà, peraltro espresso da
Bianco in modo cauto e guardingo, l’opportunità di un' ulteriore e scellerata
strumentalizzazione politica. Ma nel Togliatti che scrive queste righe, si
scorgono nel suo stato di paura, i tratti di una personalità modesta, con
spiccate tendenze al cinismo e alla vigliaccheria, congiunte alla convinzione
di potersi attribuire una profonda conoscenza dei manuali marxiani, (e
hegeliani. come vediamo più avanti) attraverso l’esercizio di una prassi e
un’azione politica di popolare respiro, sottovalutando però (o ignorando) i
momenti cruciali della scienza sociale, politica e filosofica, che mai sono
disgiunte dalla pratica morale, forse non necessaria a un leader, ma essenziale
ad uno statista autentico. Quando Togliatti scrive a Bianco le parole: “E ti
spiego perché.” egli assume il ruolo di chi predica fede dal pulpito,
riducendo la sua opportunistica oratoria ad un servile atto di adulazione del
suo unico, terrificante dio: Stalin.
Ci sarebbe poi da
chiedersi: dov’era il Signor Togliatti quando l’Unione Sovietica di Stalin dal
39’ al ‘45 stava invadendo la Polonia,
la Finlandia, le Repubbliche Baltiche la Bucovina, la Bessarabia, la stessa
Romania, e prima ancora la Georgia, l’Armenia, Azerbajgian, il Kazakhstan,
facendo strage delle popolazioni e commettendo crimini di guerra e genocidi
ineguagliati? Contro quale veleno si doveva allora trovare il migliore e il più efficace
degli antidoti?
Ma poi ecco, chiara e lampante, emergere
la funzione politica e propagandistica dello sfacelo dell’ARMIR, dichiarata dal Signor Togliatti e
scritta con l’inchiostro criminale di questo “italiano”, burattino di Stalin e
del socialismo reale.
Ho voluto
insistere, nel corso di questa intervista, sugli effetti della disfatta in Russia,
definendola calcolata, prevista, provocata.
A Togliatti
sentirei quindi l’obbligo di domandare: “Se
Dogali e Adua fermarono Imperialismo della Nostra Italia, che cosa avrebbe
potuto fermare l’imperialismo sovietico?”
Avrei anche
pronta la risposta: la bomba atomica!
Quella di
Hiroshima e Nagasaki, che non certo per pura fortuna, ma per calcolo di precisi
interessi, non cadde anche sul Kremlino e sull’Hotel Lux di Mosca.
Permettimi infine
una breve nota sull’ultimo passo della lettera del Togliatti, che così recita: “ma
nelle durezze oggettive che possono provocare la fine di molti di loro (i
nostri Soldati prigionieri nei lager sovietici) non riesco a vedere altro che
la concreta espressione di quella giustizia che il vecchio Hegel diceva essere
immanente in tutta la storia.”
La scelta da
parte di Togliatti di disturbare, in quella vergognosa circostanza, il “vecchio
Hegel” mi sembra infelice e rischiosa, non essendo stato il pensatore
tedesco particolarmente ben visto fra gli intellettuali sovietici, per via
delle note preferenze monarchiche del filosofo, auspice fra l’altro di una
sicura conciliazione tra individuo e fede religiosa proprio nella dimensione
della Storia, in seno alla quale l’Uomo avrebbe anche cercato vie di
maturazione spirituale.
Questo
naturalmente a prescindere dagli equivoci intorno alla dialettica hegeliana di
cui furono autorevoli vittime il maturo Marx e un giovane Lenin, fino a quando
gli stessi sviluppi della “sinistra hegeliana” risultarono indigesti al
Marxismo che si affrettò a prendere nette distanze dal filosofo tedesco e dalle
sue scuole.
A nome dei Nostri
Soldati Prigionieri in Russia (nella cui morte il signor Togliatti vedeva
concreta espressione di quella “giustizia” immanente… nella sua sola mediocre testa)
vorrei infine suggerire a tutti gli estimatori di questo
ineffabile individuo un’attenta lettura delle pagine degli hegeliani Lineamenti
di Filosofia del Diritto, in cui viene espresso l’autentico concetto di
Storia, come insieme di eventi che trovano una loro logica nel rapporto causa
ed effetto, non solo in termini temporali, ma anche morali, prevedendo
l’esistenza di quel “Tribunale del Mondo”, come Hegel lo chiamava, che presiede al
perfezionamento dell’individuo e della società umana, al di fuori degli sviluppi
materialistici della natura, ma nella dimensione invocata nella fenomenologia
dello spirito, quella che affida fra l’altro alla Storia il compito esclusivo
di emettere una definitiva sentenza di condanna o assoluzione, proprio
attraverso la manifestazione, o fenomeno, di concreti e storici eventi.
Inviterei quindi costoro
ad osservare da vicino le rovine dell’Unione Sovietica e del Comunismo
e a rivolgere alla memoria dei Nostri Soldati dell’ARMIR quel segno di rispetto
che ad essi il signor Togliatti non ebbe
il coraggio, o non si ritenne degno, di offrire.
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Articoli
Gabriele Zaffiri - Le Mire
di Mussolini sulla Georgia – 27/2/2008 quotidiani e settimanali vari
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così contraddistinta: Serie Seconda Guerra Mondiale 1939-45 Vichy – Z. 863. F.323.3