Intervista Condotta da Giorgio Vitali, giornalista, storico

all’autore di “Alpini del Don”, Gian Paolo Pucciarelli, giornalista, scrittore, documentarista.

 

Febbraio 2009

 

 

Agli Alpini della tragica anabasi di Russia e a tutti i Soldati dell’ARMIR, il cui alto sacrificio, degno della considerazione delle stesse forze nemiche, divenne meschino pretesto per alcuni “italiani” di avviare, complice la superficialità della storiografia di allora, quella vergognosa attività di propaganda che non esitò a trasformare in atto sacrilego l’impresa dei Nostri Soldati, rei di aver minato gli altari del Signore dei Gulag, dell’Invasore per antonomasia, dell’Artefice dei più efferati crimini contro l’umanità;

ai Soldati dell’ARMIR caduti nelle aride e gelate steppe russe, in onore dei quali il Tempo, testimone e giudice, ha voluto innalzare un alto monumento alla Memoria, ai cui piedi si osservano rovine di passati tirannici regimi, contro i quali Essi combatterono…

 

…queste pagine sono umilmente dedicate

 

 

 

Giorgio Vitali: Com’ è nata l’idea di realizzare “Alpini del Don”?

 

Gian Paolo Pucciarelli: “Alpini del Don” vuole ricordare i tanti Soldati dell’ARMIR Caduti sul Fronte Russo, ma è anche un omaggio alla memoria di una persona semplice e straordinaria, la Madre di un Alpino della Cuneense che dalla Russia non fece ritorno.

Ragioni, per altro non secondarie, mi hanno dato l’idea di “comporre” questo lavoro e sono evidenti nelle discrete dosi di sensibilità che ho cercato di aggiungere alla nuda cronaca dei rari filmati originali della tragica disfatta.

Ho tentato di mettere in luce attraverso l’autenticità del dramma dei vinti qualcosa di altrettanto vero e autentico:

le capacità non comuni del Nostro Soldato in Russia.

La vasta memorialistica sulla Campagna di Russia e le testimonianze dirette, anche di parte russa, che ho avuto modo di raccogliere, permettono di configurare le dimensioni  di un sacrificio, ma offrono elementi più che sufficienti a determinare la convinzione, credo condivisa da chiunque abbia potuto documentarsi sull’argomento, che al Nostro Soldato, in particolare all’Alpino, Combattente in Russia dovrà sempre essere riconosciuto, nell’inesausta volontà di lotta, tenace e sovrumana, contro soverchianti forze nemiche e le implacabili avversità della natura, il merito di aver superato se stesso in quel teatro di guerra, dimostrando, per quanto sconfitto nel confronto con l’impossibile, per quanto annientate ne fossero state le capacità di resistenza fisiche e morali, di aver affrontato e infine vinto quella battaglia che l’Uomo è chiamato a combattere affinché lo Spirito prevalga sulla materia. 

Ricordo una bellissima pagina del libro di Don Carlo Gnocchi, “Cristo Con Gli Alpini”, in cui il Cappellano della Tridentina descrive questa vittoria come un traguardo comunque raggiunto da molti dei Nostri Combattenti in Russia.

Da qui è nata l’idea di scrivere il testo di Alpini del Don in chiave narrativa sulla vicenda dell’ARMIR, mettendo in luce, grazie ai filmati dell’epoca, i numerosi episodi del ripiegamento che videro gli Alpini protagonisti di questa impresa titanica.

 

 

GV: Come possiamo commentare l’espressione, peraltro molto suggestiva, di Don Gnocchi, pensando per esempio all’Alpino che affronta col solo moschetto, e spesso con le nude mani, il carro armato nemico?Il confronto tra uomo e carro era assolutamente…materiale, avveniva nella realtà. Credi che il soldato, lanciandosi contro il T34 per essere quasi sicuramente fatto a pezzi, fosse convinto di far con questo trionfare lo Spirito sulla materia? Intendo dire che la missione sacerdotale del Cappellano Militare, condotta e sofferta nelle steppe russe, è pur sempre quella di un religioso. Figura peraltro rintracciabile nella tradizione europea, in cui si evidenzia attraverso la rappresentazione poetica del mito del Graal, una via eroica alla spiritualità, nell’accostamento simbolico delle figure del Monaco e del Guerriero, che diventa motivo ispiratore delle sculture presenti all’interno di alcune Cattedrali e ne definisce lo stile architettonico attraverso le linee e l’ornato. Una via alla spiritualità che trova un suo modello speculare in quella percorsa dai Samurai giapponesi della tradizione orientale.

Ma, a parte queste considerazioni, il sacrificio in sé è già una vittoria, se lo intendiamo in senso cristiano. Immaginare una vittoria nella …sconfitta, è possibile solo sul piano metafisico, non certo nella realtà. Parlare di Vittoria dello Spirito, malgrado la sconfitta sul campo di battaglia, può offrire conforto cristiano a chi lo sa accettare e nulla più.

 

 

GP: Ovviamente. Credo comunque che Don Gnocchi, nell’esprimere quel pensiero, abbia voluto aggiungere qualcosa che va oltre la propria missione sacerdotale, oltrepassa l’aspetto religioso del sacrificio, inteso cristianamente. Don Gnocchi era Ufficiale Alpino, Cappellano Militare. In questa splendida persona coesistevano l’Uomo, il Sacerdote, il Soldato. Suo compito era assistere spiritualmente i feriti, confortare i moribondi, benedire i Caduti, celebrare la Messa al campo, confessare; doveri compiuti in situazioni di grande pericolo e correndo forse maggiori rischi degli altri soldati. La durissima esperienza russa che ha brutalmente pervaso l’animo di questo Grande Uomo ha fatto prevalere su tutto la carità cristiana, non disgiunta però, nello stretto contatto con il dolore e la morte, dal sentimento di cameratismo del soldato che ama, difende e comprende i propri commilitoni e non li vede come gregge di cui farsi pastore, ma come compagni d’armi. La sua missione brilla appunto per questo, non consistendo soltanto nell’assolvere e nel benedire, ma nel capire il dramma, del quale egli stesso era sofferente protagonista. Posto di fronte all’intero  spettro dei sentimenti umani, quelli originati dal primitivo istinto dell’autoconservazione, fino a quelli che nascono dalla solidarietà coraggiosa, dall’abnegazione, dallo sprezzo del pericolo, fino all’atto eroico, il Prete Soldato li ha sentiti e sofferti come stazioni di un comune Calvario.

Egli stesso lo scrive in pagine memorabili. “ Ho visto l’ uomo nudo… sparare alla tempia di un commilitone che non voleva fargli posto all’interno di un’isba…” Mentre in altre parti del suo libro, segnalandoci, in identiche situazioni di dolore estremo, sentimenti e comportamenti opposti, egli ci descrive braccia sfinite che lo riportano alla vita, incoraggiandolo con l’ultima parola pronunciata a stento dall’Alpino agonizzante che, prima di cadere nella neve profonda, gli ha sussurrato appena: “Forza Signor Tenente!”

L’uomo che egli ritiene capace di far trionfare lo Spirito sulla materia, malgrado… la sconfitta, è lo stesso uomo nudo, in carne e ossa, in grado di compiere azioni bestiali o sublimi, senza la “assistenza” del Diavolo o di Dio, è - credo di non sbagliarmi – l’uomo animale che si fa oltre-uomo nelle medesime membra e nello stesso contesto.

Chiedo mi sia permessa questa espressione, al di fuori di ogni apparente retorica, proprio per l’esperienza cruda, “secolare” e “mondana”, vissuta dal Cappellano Militare nel ripiegamento di Russia, terreno sul quale si manifestava ovunque, repentina e continua, l’urgenza dell’invocazione a Dio, nel momento estremo della morte, accolta come liberazione dal dolore e dalla paura, ma affrontata con la dignità e il senso del dovere del Soldato, come parte della vita stessa, di cui la morte è supremo traguardo e  insieme occasione di trionfo dell’Essere sul divenire. Nel definirla in quei frangenti, credo che non siano stati estranei al pensiero e al sentimento di Don Gnocchi quei suggerimenti della filosofia niciana utili a comprendere l’autentica figura, spesso travisata, di Oltre-Uomo, pur fatto di carne, dell’Uomo-Esempio, sostanzialmente diversa dal Super uomo per meriti biologici o di razza.          

Un commento questo che non intende porre in secondo piano la missione cristiana di Don Carlo, ma vuole semmai farla splendere di ancor più viva luce. La memorialistica della Campagna di Russia ci racconta numerosi esempi di questa vittoria dello Spirito sulla materia e del tipo di Uomo che la consegue.

Non a caso quest’Uomo è spesso un Alpino.

 

GV:  Rammento certi passi del libro Massime sulla Guerra di René Quinton:

 "E' duro disprezzare gli uomini. E' uno dei privilegi della guerra non avere che da stimarli” e ancora: " Non c'è nulla di così grande quanto giocare la propria partita contro il destino”. “I veri giochi sono quelli dove la posta è la vita" ed infine: " Le carovane smarrite nelle sabbie, le barche naufragate in mare, non hanno conosciuto che supplicanti, giammai bestemmiatori.”

Nella domanda che mi accingo a farti è implicito il richiamo alle relazioni tra l’Italia e la Russia prerivoluzionaria nel corso delle quali si registrò un notevole flusso migratorio dal nostro Paese verso le principali città della terra zarista, lontana ma non irragiungibile. E mi sembra lecito fare un riferimento ai rapporti non sempre ostili fra l’Italia di Mussolini e l’Unione Sovietica che si distinsero per i proficui scambi commerciali intercorsi fra i due Paesi, allorché non sembrò destare eccessive preoccupazioni negli ambienti politici italiani il fenomeno dei fuoriusciti, antifascisti e non, che si installarono a Mosca e in altre città, con l’illusione di trovarvi il celebrato “paradiso sovietico”. Nella tua risposta riterrei utile il richiamo a quelle operazioni militari, avvenute in tempi e contesti diversi, alle quali parteciparono contingenti di soldati dell’Italia preunitaria, che condussero all’occupazione della Russia e di altre regioni dell’Impero zarista. Mi riferisco alla Campagna Napoleonica del 1812, alla quale parteciparono molti soldati lombardi e veneti, e alla Spedizione piemontese in Crimea del 1856.

Con riferimento a questi precedenti, vorrei chiederti quindi se fra le ragioni che ti hanno indotto a realizzare il DVD, c’è anche l’esigenza di chiarire certi lati oscuri delle vicende storiche, in seguito alle quali maturò la decisione di inviare in Russia i Nostri Soldati nel 1941/42.  

 

GP: La Campagna di Napoleone in Russia e la Spedizione in Crimea, voluta da Cavour, avvennero in tempi e scenari diversi e non  possono costituire un precedente della Spedizione Italiana in Russia del ‘41/’42, anche perché quest’ultima, a prescindere dal “peso politico” attribuitole da Mussolini, aveva scopi sostanzialmente diversi. Riconosco peraltro che l’argomento crea ancora oggi l’imbarazzo di alcuni storici, incerti nel motivare la presenza di emigrati italiani in Russia, legandola talvolta al fenomeno del fuoriuscitismo, tal’altra al richiamo propagandistico di una terra promessa che offriva a tutti opportunità di lavoro senza alcuna distinzione di classe, oppure al flusso migratorio (in prevalenza piemontese e ligure) verso le città del Mar Nero, immediatamente successivo alla Spedizione del 1856, che sulla carta almeno, aveva fra l’altro lo scopo di dissuadere i concorrenti degli anglo piemontesi sulle rotte commerciali tra il Mediterraneo e i porti di Batumi e Taganrog. Credo sia il caso di ricordare la comunità di Italiani emigrati in Crimea e l’orrenda fine, analoga a quella dei Tedeschi del Volga, loro riservata da Stalin nel 1942.

Ma nella composizione del filmato “Alpini del Don” ho cercato di tralasciare questi argomenti. E confesso che anche ora non è facile parlare della Russia e dell’ARMIR, perché la lettura delle dense e fitte pagine della memorialistica sulla Campagna di Russia lasciano l’animo pervaso dalla commozione e nell’accostarsi al dramma vissuto dai Nostri Soldati in Russia, sorge spontaneo, e forse assoluto, il bisogno di un silenzioso rispetto, risultando superfluo ogni commento, talvolta sgradita e perfino fastidiosa qualsiasi, pur legittima, domanda da parte di chiunque cercasse ancora oggi di spiegarsi come e perché è avvenuta la tragedia dell’ARMIR.

Tuttavia è oggi forse doveroso tentare di far luce sulle circostanze in cui essa si svolse e quali altri possibili motivi, oltre a quelli noti, la determinarono. Nella speranza che ulteriori, e forse plausibili, riflessioni al riguardo possano non solo essere presupposto di un giudizio finalmente sereno ed imparziale su quella triste e sventurata pagina della nostra Storia, ma divengano anche soffi di un giusto vento, impotente ieri contro le nubi oscurantiste del Sovietismo e forse oggi in grado di liberare quel raggio di sole, tanto invocato dai Nostri Soldati in Russia, capace di ravvivarne la memoria, esaltarne ancora il sacrificio, farsi devota scintilla nel ricordo del martirio di tutti i prigionieri, dei deportati che giacciono sepolti in terra straniera, sotto il peso dell’indifferenza e dell’oblio, nelle  lontane pianure della Russia e del Kazakhstan.

So che agli Alpini non piace sentir parlare di politica. Chiedo dunque scusa a tutti coloro che leggendo questa intervista la trovassero superflua e poco affine al loro carattere, pregandoli di comprenderne il buon proposito, e se non altro il tentativo di portare a compimento, al di fuori di ogni pretesto polemico, quello che mi è parso essere oggi un certo obbligo morale che ci impone di non dimenticare, ma anche di ricordare in modo forse più giusto.

 

GV: Arriviamo subito alla domanda scontata! Tutte le responsabilità della tragedia dell’ARMIR ricadono da sempre su Mussolini, reo di aver mandato in Russia 230.000 soldati, male armati e male equipaggiati contro i rigori dell’inverno russo, ad affrontare forze nemiche ben 6 volte superiori, contando su un’ improbabile vittoria dell’Asse.

 

GP: Le responsabilità politiche e morali della sventurata spedizione in Russia pesano sul capo di Mussolini.

Ma diciamo subito che sarebbero meno evidenti, se le cose in Russia fossero andate in modo diverso.

Senza porsi il problema di evidenziare i noti capi d’imputazione che restano comunque a carico del Duce, il quale solo ebbe l’autorità di decidere l’avvio delle operazioni militari contro l’Unione Sovietica (con l’assenso o meno del Re, Capo supremo delle Forze Armate Italiane), né quello di una volenterosa e legittima ricerca di formule “assolutorie”, basate peraltro sulla fondatezza di indubbi elementi a discarico del Capo del Fascismo, resta il fatto che egli stesso riconobbe, o per lo meno non ritenne opportuno smentire, nei memoriali che ebbe il tempo di scrivere, la propria volontà di adottare, con colpevole superficialità e disinvoltura, quelle misure di Realpolitik che egli non poteva in nessun caso permettersi; vale a dire quella misura in virtù della quale egli pretese di trasformare la sola presenza di 230.000 uomini impreparati su uno fra i più difficili campi di battaglia, in un credito politico, magari a lungo termine, da far valere sul tavolo delle trattative. Senza andare naturalmente troppo per il sottile attraverso considerazioni sull’eventualità, o la probabilità, molto alta, che questa presenza si potesse trasformare, come in realtà poi accadde, in puro sacrificio. Un’imperdonabile tendenza all’azzardo, aderente alla retorica del Mussolini “prima maniera”, (diffusa del resto nella consueta enfasi fascista del Credere, Obbedire e Combattere, e nel richiamo propagandistico rivolto a un Popolo, degno di chiamarsi tale solo se fosse stato… Combattente), ma raramente riscontrabile nel Mussolini che scrive “Storia di un Anno” in cui il deposto Capo del Regime, calato in vesti assai più realistiche, si presenta subito come vittima di una congiura, tramata da tempo a danno suo e del Popolo italiano, senza pensare all’esecuzione di un piano internazionale ordito al fine di far cadere il fascismo.

In questo memoriale Mussolini passa in rassegna i probabili traditori, individuandoli, con verosimile fondatezza, nei Capi di Stato Maggiore, nei Generali e negli Ammiragli, e ritenendoli causa diretta o indiretta della sconfitta, ma non accenna, con negligenza certamente pretestuosa, ad altre vere cause della disfatta, riconducibili esclusivamente alle sue scelte. Se sul piano politico queste possono ritenersi conseguenza di manovre suggerite dalla strategia bellica, sul piano morale esse non otterranno mai alcuna plausibile giustificazione.

 

GV: Sei dello stesso avviso della storiografia corrente che attribuisce al solo Mussolini la responsabilità della guerra e dell’ecatombe dell’ARMIR, pur riconoscendo la fondatezza della teoria della cospirazione, posta in atto molto prima

del 25 luglio del ’43, in seno alla quale potevano benissimo essere previste operazioni di sabotaggio ad esempio nella rete dei rifornimenti di armi, vestiario e combustibile destinati ai nostri Soldati impegnati in Russia.

 

GP: Nella premessa ho voluto precisare che un Capo di Governo non può prendere una decisione di quella portata senza rendersi conto di persona delle effettive capacità ed efficienza dei canali di rifornimenti destinati alle truppe impegnate sul teatro di guerra, e contando magari sull’appoggio di un “alleato” con cui era certa la non facile intesa. Ritengo sia da condannare comunque la volontà di Mussolini di attribuire “peso politico” alla nostra spedizione in Russia, pur avendo egli stesso espresso seri dubbi sulle concrete possibilità di avvalersene, e a prescindere dal fatto che egli ignorasse o intuisse quanto si stava tramando alle sue spalle. Un argomento sul quale sarà bene, dopo l’accenno di prima, spendere ancora qualche parola, quando cercheremo di capire cosa si intende veramente per Realpolitik: l’ispiratrice delle manovre politiche e militari che condussero al conflitto mondiale e ne orientarono il corso, al di fuori ed al di sopra di presunti contrasti ideologici. 

Ritornando sul tema, è superfluo ricordare l’imperdonabile ostinazione di Mussolini nell’incrementare la nostra presenza sul Fronte Russo, allorché egli volle ignorare gli avvertimenti del Generale Messe, Comandante del Corpo di Spedizione in Russia nel 1941, poi dallo stesso Duce accusato di tradimento, che gli espose in chiare note il rapporto della propria esperienza diretta su quel teatro di guerra, segnalando le estreme difficoltà incontrate dalle nostre truppe, e l’impossibilità di combattervi durante l’inverno senza l’opportuno equipaggiamento ed armamento. Benché fosse certo degli alti rischi ai quali esponeva i nostri Soldati, il Duce non esitò nell’estate del ’42 ad infoltire i ranghi del XXXV corpo d’Armata, portando a 229.000 uomini il nostro contingente spedito in Russia con il nome di ARMIR. Tutto questo è indiscutibile e motivo giustificato delle pesanti accuse contro il Capo del Fascismo.

 

GV: Quali sarebbero stati secondo te gli elementi di “peso” politico tale da indurre il Duce ad imbarcarsi in questa impresa?

E quali i motivi, ancor oggi discussi, imputabili alla precarietà della struttura e alla disorganizzazione militare italiana che portarono alla disfatta dell’ARMIR?

 

GP: Rispondo subito alla seconda parte della tua domanda, perché ritengo vi siano molti elementi da chiarire a proposito della “impreparazione” italiana alla guerra.

E’ innegabile che il Corpo di Spedizione e poi l’ARMIR avevano compiti precisi, legati comunque alla strategia dell’Asse sul fronte orientale. Come è innegabile che la nostra disfatta, oltre ad essere stata l’ovvia conseguenza della sconfitta tedesca a Stalingrado, è in gran parte riconducibile all’evidente “disservizio” nei rifornimenti di combustibile, armi e vestiario, di cui fu poi accertata in Italia l’abbondante esistenza, che non pervennero nel momento critico ai nostri Combattenti in terra sovietica. Se questa constatazione, unita ad altre, ci permette di commentare certi disgraziati e significativi episodi (che videro coinvolta per esempio la nostra Marina), con il fondato sospetto che questi non fossero dovuti soltanto a pura sventura o al sofisticato decifratore inglese “Ultra” , resta il fatto che una serie di incredibili avverse coincidenze, come i casi di Taranto, Capo Teulada, Genova, Pantelleria e Augusta, non ebbero né tempo, né modo, di essere in seguito verificate, salvo nei memoriali di parte, e costituirono fra smentite e conferme, peraltro mai definitive, oggetto di dispute mai chiarite tra fascisti dell’ultima ora e presunti traditori, occupanti posti di primo piano nei ministeri e nella gerarchia militare dell’Italia di allora. Ciò non vuol dire, ad onor del vero ed alla luce di quanto sarebbe avvenuto il 25 luglio 1943, che non si possa ritenere in molti casi accertata la collaborazione offerta al nemico (con il conseguente successo delle operazioni di sabotaggio ai danni delle nostre truppe) da alti esponenti delle nostre Forze Armate, tenendo sopra tutto conto degli sviluppi del conflitto.

 

GV: Ti riferisci in particolare a Pietro Badoglio?

 

Certamente. Il Contromemoriale di Bruno Spampanato fornisce molti elementi a sostegno delle accuse mosse contro costui *, il cui operato tra il 25 luglio e l’8 settembre del ‘43 rende del resto evidente la sua attiva partecipazione fin dall’ottobre del ’40 (Campagna di Grecia), al piano internazionale posto in atto per far cadere il Fascismo. Ma a prescindere dai casi singoli di tradimento, presunti o accertati, chiunque concentri l’attenzione su quel periodo si accorgerà che l’evolversi di quegli eventi era determinato da una Suprema Logica di Potere, che predilige l’adozione dei soli criteri della Realpolitik, o politica dei forti interessi privati, legati a più aggiornate forme di imperialismo. Questa logica, e la sua “affiliata” in veste politica, che per attivarsi richiede l’uso del cinismo, dell’opportunismo e dell’indifferenza rispetto a posizioni ideologiche di qualunque segno, ha spesso prevalso nella storia, riuscendo a creare, malgrado espresse volontà di pace, i pretesti per fare le guerre. Parliamo pure di quel sistema machiavellico che ha sempre funzionato, assicurando a chi ha saputo scaltramente adottarlo nei modi e nei tempi “opportuni”, la vittoria sul piano politico e un successo propagandistico di enorme portata, ma sopra tutto il trionfo dell’interesse economico privato che dietro la Potenza vincitrice si occulta. Quella stessa logica in cui si innestava facilmente, nell’Italia fascista del ‘40/’43, la pratica del doppiogioco, suggerita spesso dal bisogno di denaro, raramente dall’ideologia e talvolta dall’ambizione personale.

Non deve sorprendere dunque l’atteggiamento e il comportamento di personaggi chiave dello stesso Fascismo e della Forze Armate che decisero di agire contro il governo di Mussolini, talvolta convinti di operare per il bene dell’Italia, ma spesso mirando a più opportunistici scopi. Del resto l’azione di vasta propaganda che investì l’Italia dopo l’armistizio del 3 settembre ’43, a cui non è difficile associare il fenomeno del tradimento a danno del Fascismo da parte di alti esponenti dello Stato Maggiore, trova più di una matrice nell’attività dei servizi segreti internazionali, da cui trasse alimento il non troppo spontaneo movimento della Resistenza. 

In questo contesto sono da ritenere scontati gli scambi di informazioni segrete con il nemico e le operazioni di sabotaggio ai danni delle Nostre Forze Armate e particolarmente di quelle impegnate sul fronte orientale. **

 

*E’ noto il sarcasmo degli stessi inglesi nel definire le attività doppiogiochiste del Maresciallo Badoglio (di cui essi ampiamente beneficiarono) con il verbo anglofono to badogliate, inesistente, ma da essi coniato appositamente per lui.)

Come è risaputo che il Maresciallo Badoglio, che pur ricopriva contemporaneamente le cariche di Capo di Stato Maggiore Generale, Presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche e Presidente del Comitato Industriale per le Materie Prime, cioè  il solo responsabile della produzione e della distribuzione di armi, equipaggiamento e carburante sul fronte di guerra, a questo suo preciso compito e obbligo non provvide. Senza sentire il minimo bisogno, nei memoriali che poi egli scrisse, di avanzare qualche timido argomento a suo discarico). 

 

**( A sostegno di quanto affermo si prendano le relazioni Wolff e Kesselring del settembre 1943, che confermarono l’esistenza nell’Italia del Nord fin dall’ inizio del ‘42 di depositi e magazzini del Regio Esercito Italiano nei quali abbondavano carburante, armi, munizioni e vestiario pesante che mancarono ai nostri Soldati in Russia; constatazione che fu motivo di energica protesta da parte dei due Generali tedeschi nei confronti del Capo della RSI, facendo rilevare la macroscopica differenza tra la “disastrosa situazione dell’armamento italiano” manifestata ai tedeschi con la “lista Cavallero” e la realtà assai diversa da essi riscontrata. 

La “lista Cavallero” era l’elenco delle richieste di armi e materie prime, che Mussolini inoltrò al Fuhrer, tramite il Maresciallo Cavallero, durante il periodo della non belligeranza (settembre ’39 – Giugno ’40), ritenute abnormi e sproporzionate rispetto al reale fabbisogno italiano pur giustificato dalla mancanza di un adeguato e più moderno armamento.

 

 

GV: Attendo risposta alla prima parte della domanda.

 

GP: Ho cercato di chiarire che il peso politico attribuito da Mussolini all’ARMIR era un puro azzardo, in primo luogo perché anche in caso di vittoria dell’ASSE, egli avrebbe dovuto fare i conti con un alleato le cui promesse non mantenute trovavano sepoltura, come disse lo stesso Duce, in grandi cimiteri; e in secondo luogo perché per conferire peso politico ad una operazione bellica nel complicatissimo scenario geopolitico della Seconda Guerra Mondiale, occorreva avere “doti” di cinismo che Mussolini non possedeva. Tanto è vero che egli imboccò incautamente la strada indicatagli da chi ne aveva invece da vendere.

 

GV: Cioè da Adolf Hitler?

 

GP: No. Ma non è il caso di addentrarsi nell’interminabile dibattito tra storie e controstorie, aspettando lo scontato giudizio critico di una parte o dell’altra. Limitiamoci alla pura cronaca per provare che la spedizione dell’ARMIR in Russia fu un’operazione di Realpolitik male utilizzata, il cui peso fu reso di segno opposto grazie all’opera di chi della Realpolitik sapeva invece opportunamente servirsi. Ribadendo, ove ancora occorresse, cosa si deve intendere principalmente per Realpolitik, nel periodo della guerra e in quello che la precede, ne possiamo elencare le diverse applicazioni alla pratica e i risultati più significativi: 

Gli osservatori più attenti definiscono manovre e decisioni di Realpolitik le seguenti:

 

      -   il Patto - garanzia offerto in caso di aggressione da Francia e Gran Bretagna alla Polonia, paese ospitante, come la  

          Cekoslovacchia e l’Austria, la fitta rete del sistema bancario sul quale gravitavano cospicui interessi economici del gruppo

          Rothschild, con sede a Londra.

 

-         Il Patto di Non Aggressione Ribbentrop - Molotov stipulato tra Germania e Unione Sovietica il 23 agosto del ’39, vero colpo basso assestato a movimenti e partiti comunisti internazionali, esuli o clandestini che fossero, e in particolare quelli italiani, disorientati dal patto a sorpresa, ma sempre disposti ad accettare, Togliatti in testa, la manna mensile dei rubli di Stalin, per quanto questi puzzassero di nazismo. Il patto stesso, benché plausibile se considerato all’interno della politica economica intrapresa da Cycerin e Rathenau che conseguì proficui risultati negli scambi tra Repubblica di Weimar e URRS e non del tutto inatteso se consideriamo il precedente del trattato di pace separata sottoscritto dalla Germania e dai Bolscevichi di Lenin, mesi prima della conclusione del Primo Conflitto Mondiale, sconvolse i piani delle diplomazie europee e d’oltreoceano che avevano fino allora ritenuto impensabile un accordo tra il Fuhrer, notoriamente avverso al bolscevismo, e l’Unione Sovietica di Stalin. Ma, fatto ancor più grave, l’accordo fra Tedeschi e Sovietici provocò ondate di panico nell’industria capitalista statunitense che aveva investito, traendone profitti iperbolici, fiumi di dollari nella Germania Nazista, contando fra l’altro, sul solido baluardo che quest’ultima stava costruendo contro il pericolo rosso. Nell’occasione i criteri della Realpolitik cui si ispirò Ribbentrop furono simili a quelli che guidarono Molotov, anche se opposti erano i rispettivi fini. Il patto nelle intenzioni della Wilhelm Strasse, permetteva alla Germania di sospendere il pericolo di un fronte orientale in previsione degli sviluppi delle trattative in corso tra Mosca e Londra e consentiva al Fuhrer di disporre del petrolio di Baku, che gli sarebbe stato indispensabile per condurre la guerra sul fronte occidentale. Non meno machiavellici erano i piani di Molotov nel firmare l’accordo che prevedeva l’invasione sovietica della Polonia fino alla Vistola, la legittimazione tedesca dell’occupazione sovietica della Finlandia (fonte di nichelio, necessario per l’alluminio tedesco) e delle pretese avanzate da Mosca sulla Bessarabia e la Bucovina, ritenute da Molotov porte aperte in attesa di un ingresso sovietico in grande stile nei Balcani.

 

-         Il rifiuto delle democrazie europee (Francia e Inghilterra) di estendere le loro rispettive dichiarazioni di guerra all’Unione Sovietica, rea di aver aggredito ed occupato la Polonia nel settembre del ’39, commettendo un atto di aggressione del tutto identico a quello commesso dalla Germania contro la stessa Polonia qualche settimana prima, motivo per cui, dopo il breve ultimatum, la Gran Bretagna dichiarò guerra alla sola Germania. Ritenuta per questo unica responsabile dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Mentre l’Unione Sovietica, per quanto colpevole di analogo crimine, non sarebbe stata ritenuta dello stesso imputabile, perché Potenza vincitrice, al processo di Norimberga, presieduto fra l’altro da un Tribunale Internazionale, di cui faceva parte un giudice accusatore sovietico che non sentì certo il bisogno  

     di quel minimo senso di pudore che in altre occasioni gli avrebbe imposto di rendere in 

     rozzo cirillico l’antico adagio di Seneca: “Victoribus victi legem dederunt” e dichiarò 

     colpevoli i gerarchi nazisti condannandoli alla pena di morte. (Quanto al fatto che la garanzia anglo-francese fosse limitata al

     solo caso di un’aggressione tedesca, non ha mai trovato risposta nel diritto internazionale (e tanto meno nei diritti

     costituzionali, ispirati, come sappiamo, alle fondamentali norme della sovranità di un popolo sul proprio territorio) la ridicola e indisponente “giustificazione” 

     avanzata più  volte da Stalin; il quale dichiarò di aver dovuto condurre l’Armata Rossa fino al corso della Vistola, occupando metà del territorio polacco, al

     solo scopo di arginare l’impeto nazista che proveniva dalla parte opposta e scongiurare il pericolo di un’occupazione tedesca delle Repubbliche Baltiche.)

 

-         Il varo della legge “Affitti e Prestiti” (o Lend and Lease Act) del gennaio 1942 che legittimava l’avvio di una colossale produzione di armi sotto la supervisione del War Production Board di Donald Nelson, (successore di Bernard Baruch, banchiere ebreo, Consigliere di Roosevelt, Capo dell’Organizzazione Sionista Mondiale, e presidente del quasi analogo War Industry Board, costituito nel ’17 sotto l’amministrazione Wilson, che giustificò con questo la partecipazione degli Stati Uniti alla Prima Guerra Mondiale) con il pretesto di fornire aiuti alle nazioni aggredite dalle forze del Tripartito, ma con lo scopo non dichiarato, malgrado il persistente stato di isolazionismo, di coinvolgere gli Stati Uniti in una guerra che avrebbe visto poi la Potenza Americana prevalere nel nuovo ordine mondiale attraverso l’acquisizione del controllo di gran parte delle fonti energetiche mondiali.

 

-         Il prolungato embargo delle forniture di petrolio ai danni del Giappone, voluto e deciso esclusivamente dal Cartello delle  Compagnie petrolifere americane, e accompagnato dal rifiuto della Casa Bianca di accogliere la proposta di trattative del Governo nipponico, teso anche a manifestare al Presidente Roosevelt l’inequivocabile presa di posizione dei Giapponesi nel considerare l’embargo e l’atteggiamento americano espliciti atti di aperta ostilità, ai quali l’Impero del Sol Levante sarebbe stato costretto a rispondere, conducendo attacchi aerei contro le basi navali statunitensi.

 

-         La decisione di Roosevelt e Churchill di fornire aiuti consistenti in armi, materie prime e denaro all’Unione Sovietica, nemico storico dell’Occidente e patria del Comunismo, col pretesto di voler sostenere le vittime dell’aggressione nazifascista, ma con il primario, non dichiarato, scopo di salvaguardare gli interessi angloamericani nelle regioni petrolifere del Caucaso e del Medio Oriente. Ovvio fin da allora che il sostegno degli Alleati a Stalin sarebbe stato temporaneo. Si inquadrava infatti perfettamente nella logica della Realpolitik, adottata da inglesi e americani nell’estendere prima la guerra al Giappone, temendo che quest’ultimo, legato all’Asse in virtù del Tripartito, aggredisse da Est l’Unione Sovietica, e stringesse in una fatale morsa il Compagno Stalin. Il quale, ricordiamolo, era però stato buon alleato di Hitler fino a sei mesi prima, e non avrebbe esitato nel ’40 ad andare col Fuhrer a braccetto fine alle tiepide acque del Golfo per occupare Mosul e Baghdad, dominio incontrastato angloamericano della Iraq Petroleum Company. Salvo il caso che il Fuhrer, infranta il 22 giugno ‘41 la fastidiosa alleanza coi Soviet, non decidesse di andarci per conto proprio, contando certamente sui Giapponesi, pur sempre legati all’Asse da un patto, e forse ancor più sul sostegno del Gran Muftì di Gerusalemme, Al Husseini, che avrebbe consegnato a Hitler le chiavi del petrolio iracheno, in cambio della liberazione della Palestina. Come recita un vecchio proverbio: Se vuoi aver ragione di un rivale, fatti amico di un suo nemico. Ma attenzione alle date. Poiché non esisteva uno stato di guerra ufficiale tra Unione Sovietica e Giappone, occorreva attirare questo in guerra, ma sul Pacifico, lontano dai confini sovietici e sopra tutto dal petrolio mediorientale, creando il pretesto di Pearl Harbour del 7/12/1941. Grazie al quale Roosevelt avrebbe potuto tranquillamente superare gli ostacoli dell’isolazionismo. Ma perché aiutare proprio l’Unione Sovietica, quando dal 1919 Inghilterra e Stati Uniti stavano tentando in ogni modo, prima di impedirne la nascita, poi di cancellarla dalla faccia della Terra? Perché solo Stalin, adeguatamente aiutato, e la Russia potevano fermare la rapida corsa di Hitler, sostenuto fra l’altro da venti divisioni islamiche, verso Stalingrado e la foce del Volga fino a Baku e da qui a Tabriz in Iran, per giungere infine a Mosul in Iraq. Così si spiega la presenza del consigliere di Roosevelt, Harry Hopkins, a Mosca in veste di coordinatore delle operazioni di sostegno all’Armata Rossa.

      

GV: Quando è in gioco il petrolio si superano tutte le barriere!

Ma quali sarebbero stati i piani dell’ARMIR in Russia, oltre ai già ricordati fini politici?

 

GP: Ti rispondo sull’argomento petrolio, facendo una domanda che chiunque osservi lo scenario politico del secondo dopoguerra dovrebbe porsi:

 “Perché il successo degli Alleati nella guerra di liberazione dal Nazifascismo, coincide stranamente:

-         con l’acquisizione del controllo quasi assoluto delle fonti energetiche mondiali da parte delle compagnie petrolifere angloamericane,

-         con l’affermazione in Europa dei criteri e delle regole del libero mercato capitalistico che eliminerà gli indesiderati effetti dell’economia “autarchica” di Italia e Germania

-         con l’affrettata costruzione di barriere ideologiche e più concreti e visibili argini, la cui funzione sarebbe stata quella di contenere e isolare il temuto comunismo e l’intollerabile sistema economico adottato dai soviet che nega il principio fondante dell’economia occidentale, il diritto di proprietà privata? 

 

I compiti dell’ARMIR in Russia erano due: (confermati da testimonianze verbali e documentazione segreta emersa di recente)***

 

- il Corpo d’Armata Alpino avrebbe dovuto occupare le alture del Caucaso, catena montuosa  

  che si erge a protezione dei pozzi petroliferi di quella regione,

 

- mentre il resto dell’VIII Armata Italiana avrebbe dovuto occupare Tbilisi, Capitale della

  Georgia, e sostenere il colpo di stato degli indipendentisti georgiani contro il regime dei Soviet.

 

Ma, per il buon esito di questi piani “ufficiali”, Mussolini, non avrebbe potuto adottare una propria autonoma strategia, perché l’Armata Italiana in Russia sarebbe stata sottoposta al Comando germanico, come del resto quella ungherese di Horty e quella romena di Antonescu.  Se d’altro canto è vero che i temporanei successi della Wermacht durante la buona stagione avevano alimentato qualche ottimismo (dopo la riconquista di Sebastopoli e parte della Crimea i vertici nazisti ritenevano sicura una rapida avanzata della Sesta Armata tedesca verso la foce del Volga), è anche vero che Mussolini aveva pochi motivi per poter sperare in una positiva riuscita della Campagna di Russia, in primo luogo perché nel luglio del ’42, proprio quando le truppe dell’ARMIR salivano sulle tradotte in partenza dall’Italia per raggiungere la steppa russa, il Duce non poteva non essere stato informato dei gravi problemi logistici incontrati, ad esempio, in Nord Africa da Rommel, il quale, costretto ad osservare i suoi Panzer fermi ad El Alamein, era stato risoluto nel notificare al Fuhrer l’impossibilità di raggiungere il nevralgico Canale di Suez , restando in attesa per ben tre giorni dei rifornimenti di carburante. Il problema della scarsità di combustibile e della difficoltà di rifornimento riscontrato in Nord Africa, sarebbe diventato enorme nella steppa russa, dove le distanze da percorrere erano triplicate rispetto a quelle del deserto africano e proibitive le condizioni climatiche. Come pensava Mussolini di intraprendere operazioni militari in Unione Sovietica con la poca nafta al seguito delle truppe o con le risibili dosi del petrolio romeno di Ploiesti che i Tedeschi concedevano col contagocce agli Italiani? Forse macinando i girasoli dell’Ucraina per ricavarne inservibile etanolo?

Oppure contando sulla limitata produzione di petrolio sintetico dell’Italiana ANIC che pur procedeva a stento nel processo di idrogenazione del carbone (anch’esso scarso) e in quello chimico della lignite. Ma dove era stato depositato il prodotto? Il Duce lo ignorava! Oppure qualche doppiogiochista gli aveva detto che non esisteva. Mentre in effetti le migliaia di fusti che lo contenevano erano stati posti in fila e in bella mostra lungo la linea ferroviaria che scorre da Ala a Trento, in attesa che sempre qualcuno, trovandoli, se ne servisse, non certo nell’interesse delle nostre Forze Armate. In secondo luogo perché Mussolini (come Hitler del resto, benché il cervello del Fuhrer fosse preda di più gravi paranoie), non aveva dato il giusto peso alla dichiarazione di guerra contro gli Stati Uniti del dicembre 1941, ignorando come sempre che la logica recondita della Realpolitik prevede l’adozione di contromisure e l’esecuzione di manovre spesso contraddittorie. Tali erano infatti  quelle concepite ed attuate secondo la nota politica di Yalta. Poteva Mussolini immaginare che gli Stati Uniti avrebbero posto in atto una colossale mobilitazione di mezzi e armamenti e materie prime da inviare in soccorso di una agonizzante Armata Rossa, già sul punto di chiedere la capitolazione? Il Diario di Ciano così almeno ci informa, riferendo l’intercettazione e la decifrazione da parte dei nostri Servizi dei continui appelli di Stalin, rivolti a Roosevelt, nell’ambito dei principi della Conferenza Atlantica, proclamati a gran voce da un astuto Churchill a tutela e garanzia di ogni paese aggredito (da allora in poi) e dallo stesso Premier inglese sottoscritti, sebbene in veste di rappresentante del Paese più aggressore che la Storia moderna e contemporanea ricordi. Mussolini era al corrente di questi soccorsi americani all’Unione Sovietica, quando decise di mandare i nostri Alpini in Russia? Per quanto si possa riconoscere che la dichiarazione di guerra agli Stati Uniti sia stata da Mussolini decisa in virtù della solita “impegnativa coerenza” che legava le sorti dell’Italia a quelle della Germania, come nel caso della nostra entrata in guerra nel giugno del ’40, e a quelle del Giappone per via del patto Tripartito, nel dicembre del ’41; e per quanto – aggiungo – si possa forse dire con qualche ragione che le due infauste decisioni di Mussolini furono quasi…”estorte” dal suo cronico e peraltro giustificato timore di un prevedibile atto di forza contro l’Italia, culminante magari con l’invasione nazista della Penisola, nel caso in cui il Duce, avesse ancora avanzato pretese, perfino giustificate, di un nuovo stato di non belligeranza italiana, resta il fatto che egli non poteva escludere di trovarsi, prima o poi, a dover fronteggiare, sia pure indirettamente, la Potenza americana sul fronte russo. Ci sarebbe dunque da chiedersi se nel giugno/luglio del ’42, quando la decisione di costituire l’ARMIR era stata presa da mesi, Mussolini sapesse quanto stava avvenendo nel Golfo Persico e a Tehran, dove l’Office of Strategic Services aveva costituito un centro di appoggio, coordinato dal Generale americano Norman Schwarzkopf Senior, dal quale gli Stati Uniti si affrettavano a far pervenire attraverso il Mar Caspio e la foce del fiume Volga fino a Stalingrado cospicui aiuti in armamento corazzato e materie prime all’Armata Rossa di Stalin. E questo – precisiamolo - senza che fosse stato stipulato alcun patto di alleanza tra Stati Uniti e Unione Sovietica.

(Gli aiuti americani pervenivano ai sovietici anche attraverso il porto di Novorrosisk sul Mar Nero. Mentre a Vladivostok si era costituito nel ‘42 un grande centro di smistamento di materiale bellico di fabbricazione USA da utilizzare contro il Giappone. Per ironia della sorte queste due città portuali furono nel 1918 teatro di duri scontri tra i Bolscevichi e le Guardie Bianche degli Ammiragli Denikin e Kolciak che si battevano per la ricostituzione del governo zarista. Questi ultimi ottennero nell’occasione il sostegno dell’American Expeditionary Force, costituita da 10.000 Marines americani, inviati in Russia dall’Amministrazione Wilson per scongiurare il pericolo della presa di potere dei Bolscevichi e della instaurazione a Mosca di un governo dei Soviet. I Marines americani contarono allora sull’appoggio di ben 70.000 soldati giapponesi, tra le cui fila si registrarono notevoli perdite; mentre Churchill, allora Primo Lord dell’Ammiragliato Britannico non fu da meno, vantandosi egli in un suo memoriale di aver fatto inviare ben 100 milioni di sterline e armi e fucili in quantità ragguardevoli a sostegno della coalizione internazionale controrivoluzionaria, impegnata in Russia a contrastare l’avanzata dei Bolscevichi al potere. Una divisione francese e un contingente di soldati italiani di 3.000 uomini fu inviato in Russia allo stesso scopo. Gli aiuti americani fatti pervenire a Stalin nel 1942 consistevano in 14.000 aerei caccia bombardieri, dieci milioni di tonnellate di acciaio, e 800 carri armati Sherman, solo per citare i più notevoli.)

 

 

 

 

GV: Ritorniamo ai compiti dell’ARMIR in Georgia. Su quale base puoi avanzare l’ipotesi di un presunto piano italiano di occupazione di quella regione caucasica?

 

 

GP: Una documentazione di fonte sicura prova l’esistenza di questo piano e la volontà di Mussolini di realizzarlo, a condizione di ottenere l’appoggio dell’alleato tedesco nel perseguimento di questo particolare obiettivo. Cosa che non avvenne. Sia perché la Werhmacht si trovò ad affrontare impreviste difficoltà a Stalingrado, sia perché tutti i programmi italiani che avrebbero dato un senso alla presenza dell’ARMIR in Russia incontrarono il veto di Hitler. Fra questi c’era infatti anche il piano di occupazione del Porto di Batumi da parte delle truppe italiane. La conquista di questo importante scalo sul Mar Nero che convogliava i flussi di petrolio dal Caspio e dall’Iraq verso il Mediterraneo, sarebbe stato un primo decisivo passo verso l’auspicata ricostituzione dell’AGIP, allora Agenzia Generale Italiana Petroli, e la ripresa delle attività estrattive della nostra compagnia petrolifera, grazie alla concessione dei territori di Quayara, località della regione di Mosul, concordata con il Gran Muftì di Gerusalemme, Al Husseini, e con Rashid El Gailani; una volta che quest’ultimo fosse stato posto nuovamente a capo del governo iracheno, grazie all’intervento dell’Asse, dopo il passo falso del maggio 1941, che registrava l’insuccesso dell’insurrezione antibritannica di Baghdad. La condizione di sudditanza di Mussolini, riconducibile in gran parte allo stato di inferiorità delle nostre truppe e alla necessità di avvalersi dell’appoggio germanico in fatto di armamenti, fecero sfumare il piano italiano, direttamente collegato con l’occupazione di Tbilisi e la costituzione del Protettorato Italiano della Georgia.

La questione georgiana assumeva grande importanza e, confessiamolo, costituiva un obiettivo non secondario di sicura valenza economica per il futuro dell’Italia.

 

GV: Sarebbe stato questo il peso politico maldestramente attribuito da Mussolini all’impresa italiana in Russia?

 

GP: Sì. Ma la scelta dei tempi in cui attuare l’impresa era infelice. Un errore che costò caro all’ARMIR e legittimò le pesanti accuse a carico del Duce.

 

GV: Cosa avrebbe dovuto aspettare? Che maturassero le nespole? Con gli americani prossimi allo sbarco in Nord Africa e gli inglesi quasi padroni del campo in Egitto e in Libia?

 

GP: Indubbiamente la scelta di Mussolini fu per forza affrettata, a causa degli sviluppi della guerra e dell’incalzare degli eventi.

Come è nota del resto la totale dipendenza del Duce dalle decisioni del Fuhrer, il quale pretese, contrariamente a quanto è stato scritto e testimoniato, l’affiancamento dell’ARMIR alle truppe naziste, nel clima di reciproca diffidenza e del malcelato timore

di assai probabili ritorsioni tedesche contro l’Italia (bisogna riconoscere che i timori di Mussolini erano fondati se si considerano i moniti minacciosi di Ribbentrop nel pretendere durante la non-belligeranza l’immediato allontanamento dell’inviato di Roosevelt in Italia, Sumner Welles, da Palazzo Venezia e da Palazzo Chigi; e se si confrontano i verbali dei colloqui Hitler/Mussolini, avvenuti a Monaco all’indomani della “liberazione” del Duce da Campo Imperatore – contenenti esplicite minacce del Fuhrer di bombardare le principali città italiane del Nord, qualora le direttive tedesche sulla costituenda RSI fossero state disattese).

Ma resta il fatto che ordinare a 229.000 soldati di andare a combattere col moschetto dell’800, contro i carri armati da 60 tonnellate e a 40 gradi sotto zero, significa volerli mandare al macello.

Considero definito l’argomento. Intendendo con questo evidenziare ancora il senso e le finalità di questa intervista, senza cadere nel solito groviglio di polemiche sulla colpevolezza di Mussolini, ma ribadendo, pur con le giuste attenuanti di cui ti ho parlato, la sua

diretta responsabilità della tragedia dell’ARMIR.

Tuttavia sto tentando anche di dimostrare che la nostra Armata Italiana In Russia aveva, almeno sulla carta e a prescindere dalle errate scelte di Mussolini, finalità precise, la cui valutazione spetta oggi a 66 anni di distanza, alla sola coscienza storica. Con questo intendendo il giudizio sereno ed obiettivo, libero dai legami di qualsiasi trascorsa o rinascente impostazione ideologica e scevro dal pregiudizio della superficiale e sbrigativa vulgata ancora persistente sul caso Russia. Una coscienza storica maturata attraverso esperienze sofferte ed alla luce dei cambiamenti intervenuti nel corso di questi 66 anni nello scenario geopolitico mondiale, e libera dai pantani di un manierismo propagandistico mediatico che confonde con impressionante disinvoltura la guerra di aggressione condotta contro un Paese ricco di materie prime e petrolio, con la nobile missione di apportarvi democrazia.

Curioso notare come Iraq e Georgia siano teatri di guerra, oggi come allora ai tempi dell’ARMIR e per quasi analoghi motivi!

Riferendoci proprio alla Georgia, è venuta alla luce di recente una documentazione, rimasta segreta per oltre sessant’anni, consistente in una lettera inviata a Mussolini il 28 aprile del 1941 dal Capo del Partito Socialista Federativo Georgiano, esule in Francia, J. Dagrachvilij, e fatta pervenire al Capo del Fascismo tramite il governo di Vichy. Nella lettera si richiede al Duce un sostegno finanziario per  l’Organizzazione Indipendentista Georgiana che, in lotta da decenni contro il regime sovietico, offre in cambio all’Italia di Mussolini il Protettorato della Georgia. E’ utile ricordare che il Duce aveva in numerose occasioni fatto pervenire cospicue somme di denaro al Haj Alì Al Husseini, Gran  Muftì di Gerusalemme, che come abbiamo già ricordato, offriva agli Italiani la concessione di sfruttamento del petrolio di Mosul, in mano agli angloamericani grazie ai mille intrighi di cui si era reso protagonista, insieme a Henry Deterding e a Walter Teagle, il Premier inglese Winston Churchill. La questione georgiana e quella irachena erano strettamente legate nella prospettiva mussoliniana per ragioni intuibili, ma anche perché l’instaurazione in Georgia di una monarchia sul cui trono sarebbe salito il Principe Irakli Bagrationi che, grazie all’intervento italiano a Tbilisi, avrebbe enormemente facilitato la soddisfazione delle esigenze petrolifere italiane attraverso la via del petrolio di Batumi, porto sul Mar Nero situato in territorio georgiano. E’ bene ricordare, anche se il fatto ha importanza secondaria, che Bagrationi era consorte della Contessa italiana Maria Pasquini, amica dei Savoia e di Edda Ciano. Ed è forse meno noto, proprio a proposito dei Savoia, che nel 1919 il Re Vittorio Emanuele III, invocando uno dei diritti italiani stabiliti in favore delle potenze vincitrici del I° conflitto mondiale, all’articolo n. 9 del celebre Patto di Londra dell’aprile 1915, chiese ed ottenne l’assenso dell’altra potenza vincitrice, la Gran Bretagna, attraverso i buoni uffici di Lloyd George, per l’invio in Georgia, terra in fermento indipendentista e da sempre riluttante alla sottomissione ai Soviet, di un contingente italiano di 85.000 soldati agli ordini del Generale Giuseppe Pennella, che avrebbe dovuto difendere l’indipendenza del Paese e sostenere la neonata Federazione delle Repubbliche Transcaucasiche, Georgia, Armenia e Azerbaigian. Il governo Orlando, poco prima di cadere, decise quindi con proprio decreto la spedizione italiana in Georgia e ne stabilì termini e date. Ma il successivo governo Nitti ritenne di dover bloccare la spedizione per non compromettere l’avvio di buone relazioni  tra Italia e la futura Unione Sovietica dei Bolscevichi, che nel breve intermezzo, non certo ispirandosi ai principi invocati vent’anni più tardi con la mobilitazione della Grande Guerra Patriottica, avevano stroncato con la forza l’insurrezione georgiana, facendo strage degli oppositori e stabilendo a Tbilisi un governo di Soviet.

 

GV: Non pensi che la presenza in Russia della nostra Armata trovi fra l’altro una sua giustificazione nel quadro di un piano antisovietico di ampia portata, che avrebbe previsto la partecipazione dell’ARMIR alla coalizione internazionale, costituita in via ufficiosa, ma realmente condotta in Russia al seguito delle truppe naziste, con lo scopo di abbattere il comunismo?

 

GP: Certamente. La Russia del 1941/42 era teatro di scontro di diverse forze: ideologiche, sociali, religiose ed economiche. Simile allo scontro che vi ebbe luogo all’indomani della Rivoluzione Bolscevica e fu sostenuto da Gran Bretagna, Francia, Italia, Stati Uniti e Giappone. Ma l’attacco sferrato contro l’Unione Sovietica il 22 giugno 1941, fu l’inizio di un’operazione di enorme portata, perché grazie ad essa ottenne i crismi della legittimazione politica la profonda cesura che si intendeva scavare tra Est e Ovest.

Al di sopra dei piani e delle strategie posti in atto dai belligeranti, l’invasione dell’Unione Sovietica rispondeva infatti, in modo assoluto e quasi perfetto, alla suprema esigenza di un nuovo ordine, nel quale poco spazio, se non nessuno, sarebbe stato riservato al sistema economico marxista e al comunismo. Prospettiva in cui, beninteso, si evidenziava lo scarso interesse delle leadership politiche d’oltreoceano per gli aspetti religiosi del conflitto, in chiaro rapporto con la “concretezza” americana che  ridusse un’Enciclica papale, come quella di Pio XI del ’37, a mero manuale di libera scelta di culto. Se è vero del resto che l’Operazione Barbarossa rispondeva alle aspettative del mondo cristiano e di gran parte della borghesia europea anche laica (si vedano le legioni di volontari di mezza Europa animati dalla fede cristiana che andarono in Russia al fianco della Wehrmacht), è anche vero e dimostrato che Hitler decise l’attacco a sorpresa perché soggetto alle continue pressioni di coloro che sollecitavano fin dal dicembre del ’40 (data della direttiva hitleriana n. 21) un suo immediato intervento contro il nemico numero uno del capitalismo. Indifferenti rispetto agli obiettivi tedeschi della ricerca di spazi vitali a est, e tanto meno al presunto ruolo di “crociata” contro l’ateismo sovietico, costoro, che avevano l’interesse molto più concreto nel vedere distrutta l’Unione Sovietica, magari per mano di Hitler, e creare  sulle rovine di questa nuovi ed estesi mercati capitalistici, altri non erano che i grandi gruppi industriali del Vecchio Continente e d’oltreoceano, i rappresentanti delle Banche Centrali di mezzo mondo, che, guidati da Montague Norman, governatore della Bank of England, notoriamente legato alla destra inglese, ma ancor più a certi gruppi petroliferi americani, reclamavano il pagamento del colossale debito contratto dal Reich nei confronti della Banca per i Regolamenti Internazionali di Basilea, attraverso la quale il geniale, ma non troppo, Ministro dell’Economia tedesca Djalmar Schacht, aveva fatto affluire i sostanziosi finanziamenti alla Germania di Hitler, garantiti dall’emissione dei noti effetti “ME.FO”, da parte del Consorzio costituito all’uopo dalla Sullivan and Cromwell, degli antisemiti fratelli Dulles e formato dalle principali industrie americane, allora già in odore di multinazionalismo, quali General Motors, ITT, General Electrics, Standard Oil, Ford e della “tedesca internazionale” I.G. Farben,. La tecnica era quella tipica delle banche centrali, perfezionata a Jekil Island dall’astuto banchiere Warburg, che risponde a due precisi imperativi:

indebitare il Governo di una Nazione,

ordinare a questo di intraprendere una politica gradita alle banche e nell’interesse del potere che le controlla.

La coalizione internazionale che si affiancò alle truppe naziste nell’Operazione Barbarossa era formata da Waffen SS portoghesi, norvegesi, svedesi, finlandesi, belghe, francesi a dalla spagnola Divisione Azul. Oltre naturalmente alle armate dell’alleato nel Patto d’acciao, Italia, e degli alleati romeni e ungheresi di Antonescu e Horty. Dietro alla presenza delle truppe della coalizione internazionale c’erano naturalmente gli interessi di gruppi petroliferi concorrenti della Iraq Petroleum Company, diventata nel frattempo il gioiellino intoccabile del signor Winston Churchill, malgrado la proclamata politica dell’Open Door. Il Fuhrer, visto il successo iniziale delle sue armate in Russia, sarebbe andato al sodo, rinunciando al quasi concluso attacco a Mosca e, contro la volontà dei suoi sponsors, avrebbe concentrato le Armate Centro e Sud sulla conquista del petrolio del Caucaso e sulla creazione di vie marittime e fluviali per il successivo ingresso in Medio Oriente. Ed è impensabile che il Fuhrer, giunto a Baghdad, si sarebbe limitato a reclamare la quota del 25% della Iraq Petroleum Company, già appartenuta alla Deutsche Bank, e assegnata ai francesi con il Trattato di Versailles.

Un ruolo decisivo nell’esecuzione dell’Operazione Barbarossa doveva essere quello dell’alleato del Tripartito, il Giappone, sul quale peraltro il Furher contava, mentre i nipponici erano impegnati in Indonesia nella infruttuosa ricerca di petrolio e oppressi dalle già ricordate vicende dell’embargo voluto da Jersey Oil Company, Socony Mobil, Chevron, tutte con forti interessi in Iraq. La già ricordata”svolta” di Pearl Harbour è significativa, perché serve a comprendere la sopraggiunta esigenza di costituire contro il “Nazifascismo”  un fronte comune, al quale avrebbero partecipato, per quanto antisemiti, gli stessi creditori e sponsor di Hitler nell’Operazione Barbarossa. 

Ma veniamo all’Italia e alla nostra ARMIR. Mussolini si era affrettato a spedire in Russia i Nostri Alpini, sull’onda lunga della spinta propagandistica, tipica del Fascismo e del clima nel quale i nostri ventenni di allora erano nati e cresciuti, che legava indissolubilmente i loro destini a quelli di una Italia potente, temuta e rispettata nel mondo. La loro istruzione e l’educazione cattolica ne aveva forgiato il carattere, e quasi indotta la certezza di poter aspirare, grazie al Fascismo, ad una vita migliore, i cui segni si potevano intravedere nell’entusiasmo delle folle, negli estetismi scenografici delle parate militari e della cartellonistica che richiamava la figura del soldato impavido ed imbattibile. Il che appreso nell’ambito di una cultura catechistica che esaltava la Fede e Cristo e condannava la Russia ad essere la Terra dei Senza Dio. E’ facile immaginare quanto abbia influito nella formazione del morale di questi ragazzi sia l’una che l’altra tradizione.

Si può anche immaginare lo stato d’animo dei nostri ragazzi, dei nostri Soldati dell’ARMIR quando scoprirono il pianeta Russia e la loro lieta sorpresa nell’incontrare tanta brava gente tra le popolazioni ucraine e russe di cui essi, tranne poche eccezioni, si guadagnarono la simpatia. Simpatie che gli Alpini sopratutto cercarono di conservare nel tempo, benché si trovassero in territorio sovietico in veste di occupanti. E’ bene ricordare le testimonianze della memorialistica sulla Campagna di Russia e quelle che abbiamo potuto raccogliere direttamente dagli anziani fra quelle genti che vissero nel ‘41/’42 a contatto con i nostri Soldati a Rossosch e in altre località del Donetz e del Don. Si trattava a quel tempo di donne, bambini e anziani, è vero. Ma gente che, sottomessa da tempo immemorabile al giogo tirannico di ben altro invasore e abituata a vivere nel costante timore che perfino le più innocenti e naturali manifestazioni di appena distinte capacità intellettive potessero destare il sospetto del dissenso (motivando l’applicazione immediata dei metodi brutali del regime come la deportazione e la condanna ai lavori forzati nei gulag), confidava nella solidarietà e nella generosità dei Nostri Soldati, giunti in armi nel loro Paese anche per opporsi a quella feroce oppressione e alimentare speranze di miglior vita.

Non è frutto di fantasia fra l’altro, ma realtà (testimoniata ancor oggi dalla tradizione orale ucraina e russa) quella che molti storici hanno omesso di riferire e riguarda i volontari e unanimi segni di benvenuto manifestati dalla popolazione sottomessa al regime sovietico, e consistenti nell’offerta simbolica del “pane e del sale” ai soldati tedeschi che nell’estate del ‘41 facevano ingresso nelle città dell’Ucraina. Con la speranza, risultata poi vana, di queste popolazioni martiri che dai nuovi venuti fosse loro riservato un trattamento migliore rispetto a quello del regime di terrore sotto il quale allora esse vivevano, e senz’altro diverso dal trattamento criminale del polacco Maresciallo Pilsudski che vent’anni prima, deciso ad estendere i confini di una grande Polonia fino al Mar Nero, con gran sostegno di Gran Bretagna e Francia, avverse al costituendo governo dei Soviet, invase l’Ucraina, facendo massacrare dalle sue truppe migliaia di civili nelle città di Leopoli, Kiev, Dniepropetrovsk, Krivoj Rog, Odessa e rendendosi responsabile di un vero genocidio che la storiografia ufficiale con riluttanza ricorda. 

Se nel corso dei mesi del drammatico biennio ‘41/‘42 l’atteggiamento delle popolazioni mutò nei confronti delle forze dell’Asse, questo si dovette al trattamento barbaro riservato agli Ucraini e ai Russi dai reparti della SS tedeschi del Generale Koch e alle paranoie razziste di Himmler e dello stesso Hitler. E’ ampiamente documentato l’atteggiamento antisovietico delle popolazioni dei territori invasi all’indomani del 22 giugno ’41, fra l’altro dagli insistenti e ripetuti rapporti di Alfred Rosenberg, per mezzo dei quali il Generale nazista, suggerì più volte al Fuhrer l’opportunità di formare delle divisioni di ucraini dissidenti da affiancare alle truppe della Wehrmacht per combattere contro l’Armata Rossa. Il rifiuto di Hitler di accogliere tale consiglio, evidentemente riconducibile alla sua innata diffidenza verso gli Slavi, risultò alla fine essere un errore di non secondario peso in tutta l’Operazione Barbarossa; non solo, l’applicazione dei brutali metodi di Koch, assecondati da Hitler, consistenti nel far piazza pulita di prigionieri e civili, impiccandoli anche senza motivo, determinò la reazione dei civili contro i tedeschi e in generale contro l’Asse, dando vita al fenomeno del partigianesimo. Questo facilitò il compito della propaganda anti nazista e “legittimò” il severo monito staliniano a combattere la grande guerra patriottica contro l’invasore, rendendo ben chiaro peraltro che chiunque non lo avesse accolto, sarebbe stato passato per le armi.

E’ notorio infatti che il soldato sovietico che di fronte al nemico si fosse ritirato, anche nel caso in cui non gli fosse restato obiettivamente altro da fare, veniva ucciso sul posto da appositi plotoni, disposti all’uopo da un Commissario Politico. L’ordine del “non un passo indietro” nasceva, fra l’altro, dal serio timore di Stalin che fra le popolazioni russe e occupanti stranieri, Italiani in particolare, si fossero instaurati, come del resto in effetti era, legami di amicizia e solidarietà.

 

GV: Credo convenga a questo punto mettere a fuoco le circostanze e gli sviluppi degli eventi, europei ed extraeuropei, che costrinsero Stalin a rivedere una rigida posizione antioccidentale di puro stampo ideologico e a percorrere vie politiche più “opportune”, se non indispensabili alla stessa esistenza dell’Unione Sovietica. Un atteggiamento suggerito dai criteri di Realpolitik che connotò la politica internazionale di Stalin, fermi restando il clima di terrore e di repressione che caratterizzarono il sistema di governo interno.

 

GP: Certo. E a questo proposito è bene ricordare come le Potenze occidentali decisero di attribuire all’Unione Sovietica un preciso compito e affidare al georgiano Stalin un nuovo ruolo ad esse conveniente. Spinti ad operare in tal senso dalle continue e forti pressioni dei veri arbitri della politica internazionale (le Compagnie petrolifere Standard Oil of New Jersey del gruppo Rockefeller, Socony Mobil, Chevron, Texaco, l’inglese Iraq Petroleum Company, nonché i colossi industriali come Ford, General Motors, IBM, ITT e il Cartello Bancario facente capo ai gruppi Morgan, Rothschild, Warburg, Baruch, di chiara ispirazione sionista, il cui centro di manovra era la Federal Reserve Bank che vantava potenti diramazioni nelle Banche Centrali europee e in particolare nella Bank for International Settlements di Basilea) Churchill e Roosevelt decisero (o meglio obbedirono alla decisione dei sopra elencati) di avvalersi di Stalin per fermare Hitler, lanciato verso la conquista del petrolio del Caucaso e dell’impero del cartello petrolifero angloamericano in Medio Oriente. Superfluo ricordare che il Fuhrer, giunto alle porte di Stalingrado, poteva contare e non solo in quell’occasione, sul forte appoggio dei mussulmani che poi egli avrebbe guidato in massa verso la liberazione della Palestina. L’atteggiamento di Roosevelt verso Stalin, ma più ancora quello di Churchill, fu suggerito dalla tattica del minor male come estremo rimedio. Il Presidente americano e il Premier inglese dovettero ingoiare il rospo, essendo ben nota la storica avversione del mondo capitalista nei confronti del comunismo e dei dogmi economici dell’Unione Sovietica, già da tempo definita “Impero del Male” e “Red Scare” il grande pericolo che essa rappresentava per l’Occidente. Tuttavia nel redigere la “Carta Atlantica” nell’agosto del ’41, il Premier inglese giocò d’astuzia, quando estromise Stalin dal gruppo di rappresentanti delle nazioni che avrebbero potuto sottoscrivere il celebre documento-impegno, mentre con sfacciata ipocrisia, visti i trascorsi inglesi e americani, egli enunciava le quattro libertà delle quali i paesi sottoscrittori dovevano rendersi garanti: libertà di parola e di culto, libertà dal bisogno e dalla paura. Se le prime due e la quarta potevano assumere nei confronti di Stalin il significato di una provocazione, la terza sembrò concepita apposta per lui. Se il bisogno può infatti scaturire in teoria dalla mancanza delle altre tre, era proprio in quel momento il concreto stato di bisogno dell’Unione Sovietica a rendere ovvia l’offerta di un aiuto concreto a Stalin da parte degli alleati. In cambio di certe garanzie che il Capo dei Soviet avrebbe dovuto offrire: la sospensione delle attività del Komintern (almeno temporaneamente), l’eliminazione dei deviazionismi trotzkiski e bordighiani, il contenimento del comunismo in un solo paese, un nuovo impulso al fuoriuscitismo italiano, incrementando il sostegno finanziario a favore di quest’ultimo, in vista dell’esecuzione immediata di un piano più ampio che prevedeva il disfacimento delle Nostre Forze Armate inviate in Unione Sovietica, al fine di renderne impossibile una eventuale futura ricostituzione e un probabile impiego nella delicatissima strategia del bacino mediterraneo. Il baratto delle quattro libertà ebbe successo. Averell Harriman ed Harry Hopkins volarono a Mosca in qualità di consiglieri di Roosevelt e coordinatori della struttura organizzativa alleata che avrebbe in breve tempo fatto pervenire all’Unione Sovietica gli aiuti americani.

Osservando la vicenda dall’altro lato, ci si rende conto che la politica estera di Josip Djugasvilji Vissarionovic, detto Stalin, si distingueva appunto per quell’insieme di misure, da lui adottate nel periodo bellico, che, discusse e chiarite poi nel corso delle intese di Yalta, obbedivano ai criteri della Realpolitik occidentale. Una sorta di scambio di reciproci impegni che le potenze capitaliste furono costrette ad assumere con l’Unione Sovietica, in vista dell’unico sbocco delle operazioni belliche ad esse favorevole, quello cioè che avrebbe portato alla definizione delle linee del bipolarismo. Intendendo con questo fra l’altro il tracciato di confini che il comunismo  internazionale non avrebbe potuto oltrepassare e che avrebbe permesso all’Unione Sovietica di esercitare, all’interno di un’area ben definita, quelle funzioni di contenimento e di controllo tanto dei deviazionismi trotzkisti, quanto degli eterni fermenti delle popolazioni islamiche sottoposte al regime dei soviet. Previsioni d’intesa elastica, come qualcuno l’ha voluta chiamare, caratterizzante l’intero periodo della guerra fredda, logorata dai conflitti est - ovest di bassa intensità, al culmine dei quali si sarebbe registrato il crollo sovietico definitivo, grazie allo scaltro utilizzo della forza islamica nella guerra afghana. La premessa serve a spiegare il grande timore equamente condiviso da Stalin e da Gran Bretagna e Stati Uniti, che le venti divisioni di musulmani filonazisti arruolati da Hitler alla fine del ‘42 e costituiti in Waffen Islam SS del Kazakhstan, dell’Azerbaigian, Turkmenistan, Cecenia, Dagestan, Uzbekistan etc. risultassero decisive per il successo del piano hitleriano di penetrazione in Medio Oriente e per la conquista dei territori petroliferi. Ecco la vera ragione degli accordi tra Stalin, Churchill e Roosevelt, dei colossali aiuti americani alla Russia, della disfatta dell’Asse, della tragedia dei Nostri Alpini sulle rive del Don e nel corso del drammatico ripiegamento.

 

 

GV: E l’Italia di Mussolini poteva sperare nella promessa di una concessione petrolifera dal governo iracheno?

 

GP: Certo. Il Duce (che aveva finanziato in numerose occasioni Al Husseini e Rashid El Gailani, quest’ultimo rappresentante del governo iracheno in esilio)* contava di potersi rifare dello smacco subito dall’AGIP nel ’35, quando la nostra compagnia petrolifera possedeva il capitale di maggioranza della BODC (British Oil Development Company) la quale estraeva il greggio di Mosul e Quayara, lasciando il gravoso compito di pagare l’affitto concordato con il governo iracheno alla sola AGIP. Circostanze che non furono mai chiarite, pur essendo allora evidente nella questione l’intrigo architettato ai nostri danni da un astuto Winston Churchill, indussero Mussolini a svendere la quota di maggioranza dell’AGIP (il 56%), che fu subito incamerata dalla Iraq Petroleum Company. Un errore di doppio peso, quello commesso dal Duce. Attraverso la svendita della quota di maggioranza AGIP l’Italia ottenne un limitato finanziamento per sostenere una parte delle spese previste per l’impresa etiopica. Nell’occasione Mussolini non si avvide che l’imperialismo vecchia maniera, consistente nella costosissima occupazione militare dei territori era destinato all’insuccesso, mentre il neocolonialismo intrapreso dalla Gran Bretagna con l’ “ipocrita”** ma funzionale formula dello

“Indirect Rule” o del “mandato”, le avrebbe assicurato il controllo delle aree ricche di materie prime e di fonti di energia, mascherando opportunamente autentiche politiche di aggressione con la pretesa di apporto di “liberaldemocrazia”.

* Confronta Il Diario di Ciano

** Mussolini definì i mandati “ipocrite formule”

 

 

GV: Quali altri motivi sarebbero stati alla base della disfatta italiana in Russia?

 

GP: Non è difficile considerare l’enorme portata della disastrosa Campagna di Russia sul piano politico e sociale, come causa determinante di una svolta che si verificò nella vita del nostro Paese. La sconfitta italiana era ormai certa su tutti i fronti all’inizio del 1943, ma gli effetti della nostra disfatta in Russia sembrarono quasi calcolati sulla base dell’importanza strategica e militare che Gran Bretagna e Stati Uniti annettevano alla nostra Penisola sul Mediterraneo. Superfluo ricordare che l’impatto del nostro disastro in Russia sull’opinione pubblica italiana avrebbe provocato sdegno e pietà, insieme al desiderio di chiudere l’ultimo tragico capitolo della guerra, rinnegando magari un passato scomodo, e predisporsi ad accettare quei mutamenti che “giustificavano” e imponevano la collocazione dell’Italia nello scenario di un nuovo ordine mondiale. Constatato questo, considerata l’essenziale esigenza degli alleati di destituire Mussolini e di far cadere il Fascismo ed osservata la quasi coincidenza di operazioni militari alleate su fronti diversi, come lo sbarco americano in Algeria e Marocco del novembre ’42 e il contemporaneo ribaltamento della situazione a Stalingrado (che con grande sorpresa volgeva da allora a favore dei Russi), è ingenuo non pensare a sicure intese, in seguito precisate a Tehran, Casablanca e Yalta, sull’opportunità di una concordata, comune azione “alleata” tesa prima a sabotare e poi a distruggere le nostre Forze Armate, impegnate su diversi fronti, ma specialmente quelle schierate sul fronte russo. A sostegno di questa tesi intervengono, oltre a quelle già segnalate, osservazioni di carattere generale su due eventi di enorme portata verificatisi all’inizio del 1900. Mi riferisco al cambiamento del regime energetico e alla Rivoluzione Bolscevica. Non è il caso di dilungarsi nella cronistoria degli sviluppi di queste due “rivoluzioni”, anche se i più attenti trovano nell’esame del loro intero “excursus”, da una parte elementi che avrebbero giustificato una criminale politica di intrighi condotta ai più alti livelli per assicurarsi il controllo assoluto delle fonti di petrolio, dall’altra i motivi sostanziali di una guerra fredda iniziata molto prima del ’45 e precisamente nel 1919; gli sviluppi dell’una e dell’altra si intrecciarono a tal punto da rendere inestricabile la soluzione compromissoria di troppi contrasti in una condizione di precaria pace. Se per questa ragione la guerra fredda divenne bruciante per circa sei anni e più di un patto col Diavolo fu stretto per conservare quei privilegi e vincerla; quando tornò a raffreddarsi non divenne meno proterva ma fu condotta fino all’epilogo del lungo scontro fra libero mercato e il sistema economico pianificato della terra dei soviet, fra diritto di proprietà privata e la proprietà di tutti e di nessuno. Risultato finale di tutto rispetto: il crollo dell’Unione Sovietica e la recinzione armata di un’esclusiva, vasta “Riserva di Caccia”, la quasi totalità dei pozzi petroliferi esistenti al mondo. E infine il fenomeno forse meno sorprendente: la crisi d’identità del Comunismo storico europeo dai vari volti, incline a cercare nel centrismo odierno esigui spazi di precarie formazioni di governo, al riparo dalle piogge sporche di una memoria forse più scomoda di quella fascista, che ne rivela l’incapacità di svolgere un ruolo in seno ad una funzionale sinistra, nella ancor vana ricerca di comprendere i sostanziali equivoci della teoria marxista.

L’accenno alle fasi conclusive degli eventi politici del secolo scorso serve a ricondurci al 1942, alla sconfitta italiana in Nord Africa e a quella che si stava profilando in Russia, rendendo oggi possibile un approccio critico a quelle vicende, allora pressoché impensabile. Il che ci autorizza perlomeno ad osservare nel contesto bellico del ‘42/43 la volontà degli Alleati di puntare sul teatro di guerra italiano particolari attenzioni alla fase preparatoria, che avrebbe preceduto l’intervento militare e la successiva occupazione del nostro suolo, svolgendo a tal fine quell’intensa attività di propaganda antifascista che doveva trovare sostegno e convincenti motivi sopra tutto nell’ecatombe dell’ARMIR in Russia.

Le attenzioni inglesi sull’opinione pubblica italiana si coniugarono perfettamente con le iniziative adottate dal sistema informativo angloamericano e degli stessi inglesi e si concretizzarono con la creazione di organismi con speciali funzioni propagandistiche e il compito di svolgere una sistematica azione di sabotaggio ai danni delle nostre Forze Armate.

Per fare un esempio una Sezione speciale operativa fu creata da Winston Churchill a da Hugh Dalton nel luglio del ’40, all’indomani dell’entrata in guerra dell’Italia, e nel momento più critico per la Gran Bretagna, quando grazie al patto di non aggressione Russo-Tedesco, il Premier britannico vedeva Londra bombardata dagli Stukas della Luftwaffe, ben riforniti del petrolio sovietico di Baku. L’iniziativa di Churchill in tale circostanza fu quella di affidare ai “Baker Street Irregulars”, così erano chiamati gli agenti della sezione speciale, poi diventata SOE (Special Operations Executive), la conduzione di operazioni di sabotaggio contro quello che egli chiamava “il ventre molle dell’Asse”, ovvero l’Italia. Ma il compito più importante che costoro avrebbero dovuto svolgere consisteva nell’avvicinare gruppi di esuli antifascisti in Francia anche in vista della costituzione di formazioni partigiane, fin dall’inizio abbondantemente finanziate, che avrebbero trovato un successivo impiego in territorio italiano. Altro compito del SOE era quello di tastare il polso di alcuni vertici della Marina Italiana e dello Stato Maggiore Generale che avevano mostrato avversione per i tedeschi e disaccordo con le decisioni del Duce. (I nomi si sanno ma omettiamoli, ricorrendo al solito velo pietoso!)

Ma non è tutto! Forte del fatto che nel ‘40 non esisteva ufficialmente uno stato di guerra tra Gran Bretagna e Unione Sovietica e consapevole delle difficoltà nel reperire altrove altrettanti possibili collaboratori di marcata convinzione antifascista, ma anche propensi a privilegiare un’ idea e una prassi, poste comunque al di sopra di ogni sentimentalismo patrio, il Premier inglese puntò tutte le sue attenzioni sui fuoriusciti italiani a Mosca, dando la stura alla corrente più vasta ed efficace di un’opposizione estremista che, proprio perché forzatamente contenuta entro gli argini “artificiali” di un patto inedito, sarebbe stata usata nel momento propizio per contribuire all’avvio di una crisi irreversibile che avrebbe determinato la caduta del Fascismo, concludendosi con l’armistizio e la resa incondizionata di Cassibile. Se osserviamo le date del 25 luglio e del 3 settembre 1943 e poniamo i relativi eventi in relazione al gennaio dello stesso anno e a quanto accadde e sarebbe poi accaduto in Russia, non è difficile dedurre i motivi della presenza di un loquace Togliatti a Salerno nell’aprile del ’44, forte dell’intesa, concordata con Stalin, ma ancor prima con Churchill e Roosevelt, e guadagnata dall’ineffabile Palmiro, con il suo “buon lavoro” eseguito a gomito dell’NKDV e i particolari “servizi” che egli rese ai Nostri Soldati, prigionieri dei lager sovietici. 

Ma a parte questo, la Svolta di Salerno dimostra che la proficua collaborazione offerta agli alleati dai fuoriusciti italiani in Unione Sovietica non si limitò alla prestazione delle “cure” riservate ai Nostri Soldati prigionieri in Russia, ma iniziò molto prima. Precisamente quando Churchill, deciso ad eliminare l’intralcio dell’Italia sulle rotte inglesi del Mediterraneo, propose anche ai Partiti Comunisti clandestini di svolgere azioni di controspionaggio, lautamente remunerate. Fra questi, anche al PCI di Togliatti, che, malcelando i sintomi della sindrome da “disorientamento” causata dal patto scellerato Ribbentrop-Molotov, trovò provvidenziale la richiesta di collaborazione inglese, dopo che i flussi dei finanziamenti di Stalin ai fuoriusciti si erano interrotti con la chiusura e confisca della Banque Commerciale de l’Europe du Nord di Parigi da parte delle truppe di occupazione nazista. Questa banca, di proprietà sovietica, sovvenzionava i partiti comunisti di mezzo mondo e faceva pervenire cospicue somme di denaro al PCI clandestino, attraverso l’ambasciata sovietica in Italia di Via Gaeta, 5 a Roma, almeno fino al 10 giugno del ’40. La sua chiusura creò ovviamente non pochi problemi a Togliatti e al suo seguito.

 

GV: Agli attenti servizi inglesi non saranno sfuggiti in quell’ occasione i segnali dell’imminente emanazione della direttiva n. 21 da parte di Hitler,  consistente nel piano di invasione dell’Unione Sovietica, considerato l’atteggiamento dell’Ammiraglio Canaris e certe aperture confidenziali in seno all’Abwher. 

 

GP: Ovvio. Ma in attesa del fatidico 22 giugno 1941, cioè dell’avvio dell’Operazione Barbarossa, l’attività di Churchill fu ugualmente febbrile. Dopo aver superato le sue innate barriere ideologiche, egli decise di superare anche quelle religiose (e razziali, se vogliamo) cercando la distensione dei rapporti con gli arabi (che egli disprezzava) e in generale con l’Islam. Informato infatti delle chiare tendenze filonaziste del Gran Muftì di Gerusalemme, Haj Alì Al- Husseini, propose a costui una sostanziale riduzione delle truppe britanniche presenti a Baghdad e a Mosul, e l’interruzione del flusso migratorio di ebrei in Palestina, in cambio della sospensione delle attività di propaganda e agitazione irredentista in pieno corso non solo fra i musulmani sottoposti al “governo indiretto”britannico, ma anche fra le numerose popolazioni islamiche dell’Unione Sovietica, contando sul carisma del Muftì per convincere queste masse a “diventare” filoinglesi e naturalmente sulla nota venalità del religioso nell’accettare in cambio un lauto compenso. La proposta creò seri trambusti negli ambienti diplomatici occidentali e le immediate proteste dell’Organizzazione Sionista Mondiale, nonché delle Compagnie Petrolifere angloamericane operanti in Iraq, perché fu accolta e in parte attuata. I risultati furono nefasti per gli arabi e per gli ebrei, vittime questi ultimi delle inasprite misure adottate da Hitler che lo indussero ad affrettare i tempi della soluzione finale, poi precisati nella conferenza di Wansee nel gennaio ’42. Nella circostanza l’ambiguità e la doppiezza del Gran Muftì non fu inferiore a quella del Premier inglese, perché da un lato la proposta distensione ebbe l’effetto contrario fra i musulmani determinando ulteriore fermento e punte di estremismo che provocò il raddoppio anziché la riduzione delle truppe britanniche presenti in Iraq e in Palestina a tutela del mandato. Ma procurò sopra tutto serie preoccupazioni a Stalin che inasprì il trattamento riservato alle popolazioni islamiche sovietiche, ordinando le loro deportazioni in massa. La circostanza pesò non poco nel suo mutato atteggiamento nei confronti di Hitler, al punto da indurre Stalin ad avanzare assurde e provocatorie pretese di poter procedere all’occupazione sovietica di una consistente fascia territoriale balcanica con l’imprimatur del Fuhrer.

Il caso, insieme alla questione islamica, indusse Hitler ad affrettare i tempi dell’attacco contro l’Unione Sovietica, anche perché il Gran Muftì, trasferitosi armi e bagagli a Berlino dopo l’insuccesso della proposta inglese, garantì al Furher il sostegno incondizionato delle costituende armate musulmane che si preparavano a combattere con entusiasmo e rinnovata fiducia al fianco della Werhmacht contro l’Armata Rossa, per liberare i loro correligionari delle repubbliche sovietiche dal giogo politico staliniano e dall’oscurantismo ateo dei comunisti. Hitler, è bene precisarlo, accolse di buon grado l’appoggio musulmano, per le inderogabili necessità di petrolio occorrenti alle proprie divisioni. Il suo piano di invasione prevedeva infatti una rapida corsa delle Armate Centro e Sud verso il Mar Nero e il doppio passaggio dell’occupazione nazista lungo la via del petrolio Batumi – Baku con il finale ingresso dei Panzer nazisti in Iraq attraverso la direttiva Baku - Tabriz – Baghdad. Il filonazista iracheno Rashid El Gailani, col quale Mussolini aveva concluso felicemente le trattative per il controllo italiano del Caucaso, sarebbe stato posto a capo del governo di Baghdad e, dopo lo smembramento della Iraq Petroleum Company e la costituzione di una Compagnia con capitale di maggioranza tedesco, Hitler sarebbe corso ad occupare la Palestina. Queste naturalmente erano previsioni!

Churchill ottenne tuttavia in parte quello che voleva. Lo sventurato coinvolgimento dell’Italia nell’Operazione Barbarossa.

 

GV: Quali sarebbero state le più vistose operazioni di sabotaggio portate a termine ai danni del Nostro Esercito e della Nostra Marina?

 

GP: E’ difficile rispondere. Direi che il fenomeno deve essere osservato nel più ampio contesto della realtà dell’Italia fascista, dove Ministeri, Enti preposti, Uffici e Organismi militari operavano a compartimenti stagni, ciascuno attribuendosi limiti di competenza e reclamando autonomie e autorità interne che non hanno certo giovato allo spirito di collaborazione indispensabile in un Paese che si prepara a fare la guerra. Un Paese, l’Italia di allora, oltre tutto poco incline nel settore della produzione di armamenti ad adeguarsi ai criteri di continuo aggiornamento, essenziale in quel periodo. Il che risulta inspiegabile se si pensa all’impresa etiopica e al nostro intervento in Spagna. Ma a prescindere dallo strano e controproducente operato dello Stato Maggiore Generale, è il caso di ricordare che l’industria italiana, salvo poche eccezioni, era più propensa ad entrare nel libero mercato piuttosto che mantenere i modesti sbocchi della propria produzione negli esigui ambiti dell’economia autarchica di Mussolini. E qui per inciso notiamo che gran parte della produzione di armi di Ansaldo, Oto Melara, Breda, Fiat, per citare le più importanti, era destinata all’estero, con l’ovvio disappunto del Duce, il quale dovette però adeguarsi a quella linea per via dei poco incoraggianti prospetti di bilancio sottoposti alla sua attenzione dal Ministero Scambi e Valute. Ipotesi apparentemente paradossali sono state avanzate da alcune parti, peraltro attendibili, riguardanti la vendita di armi di fabbricazione italiana alla Gran Bretagna nell’approssimarsi della rottura delle relazioni diplomatiche fra i due Paesi e continuata anche in tempi successivi, all’insaputa del Duce. Restando però nota nell’ambiente dello Stato Maggiore Generale la tattica inglese di impiegare la nostra industria nella produzione di modelli vetusti e dalla concezione superata, che la Gran Bretagna avrebbe comunque acquistato, con il primario scopo di distogliere l’attenzione dei nostri tecnici industriali dalle nuove e più aggiornate tecnologie già acquisite e prodotte dagli inglesi. Una burocrazia notoriamente farraginosa ha poi complicato ulteriormente le cose, allungando a dismisura i tempi della produzione e delle consegne di materiali richiesti dai competenti settori dello Stato Maggiore e del Ministero della Guerra. Questo stato di cose ha facilitato il compito di chi avesse voluto portare a termine azioni di sabotaggio nel nostro Pese e sui fronti di guerra.

Credo sia il caso di accennare allo spionaggio che è risultato più dannoso per l’Italia, quello a favore dell’Unione Sovietica.

Ricordando i noti informatori dell’NKDV, Ruggero Zangrandi, Giorgio Conforto e Gaetano Fazio, non possiamo fare a meno di notare l’atteggiamento talvolta tollerante del nostro SIM nei loro confronti. La collaborazione di costoro con i fuoriusciti italiani in Russia e l’NKVD risalirebbe addirittura al 1941 e sarebbe provata dal trattamento di “favore” riservato da Stalin ai vari Togliatti, D’Onofrio, Bianco, Montagnana e Fiammenghi, diverso da quello riservato invece ai comunisti fuoriusciti, tedeschi e ungheresi, e determinato proprio dai proficui successi informativi ottenuti da spie operanti in Italia e fuoriusciti italiani in Russia.

Nell’ambito delle “attività” dei fuoriusciti, non dovrebbe dunque sorprendere più di tanto il fatto che l’invito alla diserzione perveniva in qualche modo ai Nostri Soldati dello CSIR già nel 1941, allorché si raccomandava al Nostro Combattente in Russia di liberarsi del barbaro aspetto di invasore e del veleno fascista e consegnarsi a qualsiasi ufficiale dell’Armata Rossa, pronunciando la frase convenuta: “Parlate di me al compagno Petrov!” (precise testimonianze di Reduci dalla Russia lo provano.)

Saldi e di vecchia data erano dunque i legami tra fuoriusciti italiani, NKVD e spie operanti all’interno del nostro Paese. Rinnovati e potenziati poi nell’ambito del “lavoro”di indottrinamento, con le minacce di ritorsioni sui familiari dei prigionieri in Italia, nel corso degli interrogatori, nella ricerca di delatori, nella costituzione di cospicui fondi destinati alla costosa organizzazione delle cosiddette scuole antifasciste e alla pubblicazione del giornale l’Alba. 

Curioso constatare come questi fondi lautamente elargiti dalle fonti citate, non siano mai stati impiegati, neppur in minima misura, per alleviare anche di poco le sofferenze e il martirio dei Nostri Soldati Prigionieri di lager sovietici, scaricati alla mercé delle barbarie animalesche russe dai loro stessi connazionali. E non siano serviti nemmeno a improvvisare una pur rozza e primitiva “struttura” che dei prigionieri si occupasse almeno della corretta registrazione dei nomi, al momento del loro ingresso nel campo di concentramento, al momento del decesso e della giusta segnalazione del luogo di sepoltura, pur trattandosi in genere di fosse comuni.

Lasciamo alla sensibilità storica di chi ci legge, l’osservazione del preoccupante e prolungato connubio tra spie interne e fuoriusciti (meritevoli poi di un riconoscimento al valore militare e civile e addirittura in certi casi della intitolazione ai loro nomi di strade e piazze d’Italia, motivandole forse anche col trattamento di “tutto riguardo” che essi riservarono ai Nostri Soldati in Russia) che continuò in Italia nel travagliato periodo successivo all’8 settembre del ’43. Citiamo in proposito l’attentato di Via Rasella a Roma del marzo 1944, assurto a simbolo del “valore” dei combattenti per la liberazione d’Italia, ma avvilito dai retroscena  che immediatamente emersero e lo connotarono come atto indegno della nostra civiltà e da ascriversi nel lungo elenco dei crimini del PCI che, forte della cultura dell’intrigo, appresa a Mosca, non esitò ad applicarla nel nostro martoriato Paese su direttiva di Stalin, il quale pretese che del governo italiano appena riconosciuto dall’Unione Sovietica entrassero a far parte solo esponenti di provata fede staliniana, eliminando fisicamente gli stessi Comunisti italiani che non avessero lo stesso requisito, ma il solo diritto di partecipare alla vita parlamentare e di governo come legittimi rappresentanti della stessa forza di sinistra. Gli autori dell’attentato, esponenti di spicco del PCI legati alla linea di Mosca, attribuendosene la paternità solo dopo che la rappresaglia tedesca delle Fosse Ardeatine era stata portata a termine, manifestarono la volontà di aver agito proprio per far scattare la reazione nazista che si sarebbe scatenata contro i loro concorrenti non graditi a Mosca, ma sfortunati compagni di militanza politica e vittime per questo dell’eccidio alle Fosse Ardeatine.

Ogni ulteriore commento è superfluo.

 

GV: Per concludere possiamo fare un commento sull’appello che Vincenzo Bianco rivolse a Togliatti, affinché i nostri Soldati prigionieri ricevessero un trattamento più umano?

 

GP: Dobbiamo aprire il capitolo più tragico e doloroso della Campagna di Russia: la prigionia.

Le vicissitudini dei Nostri Soldati Prigionieri in Russia sono ampiamente descritte nei 500 volumi della memorialistica.

Superfluo aggiungere altro.

Riportiamo solo per onor di cronaca i passi significativi della lettera del 31 gennaio 1943 che Vincenzo Bianco, dirigente italiano del Komintern, indirizzò a Palmiro Togliatti, rivolgendo a questi un appello affinché la pur minima iniziativa fosse presa dai “funzionari italiani” del Komintern, per alleviare le sofferenze dei Nostri Soldati Prigionieri, sottoposti a prove di durezza inaudita, e al fine di ridurre gli insostenibili eccessi di mortalità tra le loro file.

 

 

Rivolgendosi al compagno Togliatti, scriveva allora Bianco:

 

“Ti pongo una questione molto delicata di carattere politico molto grande. Penso che bisogna trovare una via, un mezzo per cercare, con le dovute forme, con il dovuto tatto politico, di porre il problema, affinché non abbia a registrarsi il caso che i prigionieri di guerra muoiano in massa, come ciò è avvenuto. Non mi dilungo, tu mi comprendi, perciò lascio a te di trovare la forma per farlo.”

 

Cosi Togliatti rispondeva a Bianco il 15 febbraio 1943:

 

“ La nostra posizione di principio rispetto agli eserciti che hanno invaso l’Unione Sovietica è stata definita da Stalin, e non vi è più niente da dire. Nella pratica però, se un buon numero di prigionieri morirà, in conseguenza delle dure condizioni di fatto, non ci trovo assolutamente niente da dire. Anzi. E ti spiego il perché. Non c’è dubbio che il popolo italiano è stato avvelenato dall’ideologia imperialista e brigantesca del fascismo. Non nelle stessa misura che il popolo tedesco, ma in misura considerevole. Il veleno è penetrato tra i contadini, tra gli operai, non parliamo della piccola borghesia e degli intellettuali- è penetrato nel popolo insomma. Il fatto che per migliaia e migliaia di famiglie la guerra di Mussolini e soprattutto la spedizione contro la Russia si concludano con una tragedia, con un lutto personale, è il migliore, è il più efficace degli antidoti…

I massacri di Dogali e Adua furono uno dei freni più potenti allo sviluppo dell’imperialismo italiano, e uno dei più potenti stimoli allo sviluppo del movimento socialista. Dobbiamo ottenere che la distruzione dell’Armata Italiana in Russia abbia la stessa funzione oggi…E’ difficile , anzi impossibile, distinguere in un popolo chi è responsabile di una politica e chi non lo è, soprattutto quando non si vede nel popolo una lotta aperta contro la politica delle classi dirigenti. T’ho già detto: io non sostengo affatto che i prigionieri si debbano sopprimere, tanto più che possiamo servircene per ottenere certi risultati in un altro modo; ma nelle durezze oggettive che possono provocare la fine di molti di loro non riesco a vedere altro che la concreta espressione di quella giustizia che il vecchio Hegel diceva essere immanente in tutta la storia”

 

 

Lasciamo il commento di questa lettera agli Italiani!

 

Da parte nostra possiamo solo permetterci - credo sia legittimo – un commento sulla personalità di chi l’ha scritta.

Nell’esordio, Togliatti mette bene in chiaro una cosa: il suo personale stato di paura.

Considerando la posizione che egli occupa nel Kominter ha più ragione di altri di temere. Pensa infatti che una richiesta del genere o sia una trappola dei compagni che lo invidiano o un test  che ne misuri la granitica fermezza e l’idoneità a svolgere il ruolo di tutore del popolo e di “vate” del comunismo (l’affiatamento tra fuoriusciti antifascisti italiani trovava la sua quasi perfezione nelle disposizioni del famigerato articolo 58 della Costituzione dei soviet). Egli si affretta subito a chiudere ogni spiraglio di sensibilità che gli perviene proprio da un compagno di militanza politica (Bianco) il quale, impressionato dal crudele trattamento riservato ai Prigionieri dell’ARMIR, rivolge a Togliatti un appello umanitario e niente di più, al fine di vedere solo minimamente alleviate le sofferenze dei nostri Soldati (sempre suoi connazionali) e di ridurre in qualche modo il numero raccapricciante dei decessi di Prigionieri Italiani che stava assumendo le dimensioni dell’ecatombe. Nella lettera di Bianco si intravede fra l’altro traccia di quel minimo decoro personale che dovrebbe avere qualsiasi carceriere e inquisitore e che invece mancò agli aguzzini italiani fuoriusciti in Russia.

Le prime due righe della risposta di Togliatti si riducono ad una banale (e non richiesta) dichiarazione di fedeltà a Stalin, vittima col suo grande popolo, degli invasori fascisti o meglio del guarrafondaio Mussolini che li avrebbe mandati  ad occupare la Russia.

Aggiungendo che “è già stata definita da Stalin la posizione di principio rispetto agli eserciti che hanno invaso l’Unione Sovietica”, non fa altro che trarre da uno stentorio sentimento di pietà, peraltro espresso da Bianco in modo cauto e guardingo, l’opportunità di un' ulteriore e scellerata strumentalizzazione politica. Ma nel Togliatti che scrive queste righe, si scorgono nel suo stato di paura, i tratti di una personalità modesta, con spiccate tendenze al cinismo e alla vigliaccheria, congiunte alla convinzione di potersi attribuire una profonda conoscenza dei manuali marxiani, (e hegeliani. come vediamo più avanti) attraverso l’esercizio di una prassi e un’azione politica di popolare respiro, sottovalutando però (o ignorando) i momenti cruciali della scienza sociale, politica e filosofica, che mai sono disgiunte dalla pratica morale, forse non necessaria a un leader, ma essenziale ad uno statista autentico. Quando Togliatti scrive a Bianco le parole: “E ti spiego perché.” egli assume il ruolo di chi predica fede dal pulpito, riducendo la sua opportunistica oratoria ad un servile atto di adulazione del suo unico, terrificante dio: Stalin.

Ci sarebbe poi da chiedersi: dov’era il Signor Togliatti quando l’Unione Sovietica di Stalin dal 39’ al ‘45  stava invadendo la Polonia, la Finlandia, le Repubbliche Baltiche la Bucovina, la Bessarabia, la stessa Romania, e prima ancora la Georgia, l’Armenia, Azerbajgian, il Kazakhstan, facendo strage delle popolazioni e commettendo crimini di guerra e genocidi ineguagliati? Contro quale veleno si doveva allora trovare il migliore e il più efficace degli antidoti?

Ma poi ecco, chiara e lampante, emergere la funzione politica e propagandistica dello sfacelo dell’ARMIR, dichiarata dal Signor Togliatti e scritta con l’inchiostro criminale di questo “italiano”, burattino di Stalin e del socialismo reale.

Ho voluto insistere, nel corso di questa intervista, sugli effetti della disfatta in Russia, definendola calcolata, prevista, provocata.

A Togliatti sentirei quindi l’obbligo di domandare: “Se Dogali e Adua fermarono Imperialismo della Nostra Italia, che cosa avrebbe potuto fermare l’imperialismo sovietico?”

Avrei anche pronta la risposta: la bomba atomica!

Quella di Hiroshima e Nagasaki, che non certo per pura fortuna, ma per calcolo di precisi interessi, non cadde anche sul Kremlino e sull’Hotel Lux di Mosca.

Permettimi infine una breve nota sull’ultimo passo della lettera del Togliatti, che così recita: “ma nelle durezze oggettive che possono provocare la fine di molti di loro (i nostri Soldati prigionieri nei lager sovietici) non riesco a vedere altro che la concreta espressione di quella giustizia che il vecchio Hegel diceva essere immanente in tutta la storia.”

 

La scelta da parte di Togliatti di disturbare, in quella vergognosa circostanza, il “vecchio Hegel” mi sembra infelice e rischiosa, non essendo stato il pensatore tedesco particolarmente ben visto fra gli intellettuali sovietici, per via delle note preferenze monarchiche del filosofo, auspice fra l’altro di una sicura conciliazione tra individuo e fede religiosa proprio nella dimensione della Storia, in seno alla quale l’Uomo avrebbe anche cercato vie di maturazione spirituale.

Questo naturalmente a prescindere dagli equivoci intorno alla dialettica hegeliana di cui furono autorevoli vittime il maturo Marx e un giovane Lenin, fino a quando gli stessi sviluppi della “sinistra hegeliana” risultarono indigesti al Marxismo che si affrettò a prendere nette distanze dal filosofo tedesco e dalle sue scuole.

A nome dei Nostri Soldati Prigionieri in Russia (nella cui morte il signor Togliatti vedeva concreta espressione di quella “giustizia” immanente… nella sua sola mediocre testa) vorrei infine suggerire a tutti gli estimatori di questo ineffabile individuo un’attenta lettura delle pagine degli hegeliani Lineamenti di Filosofia del Diritto, in cui viene espresso l’autentico concetto di Storia, come insieme di eventi che trovano una loro logica nel rapporto causa ed effetto, non solo in termini temporali, ma anche morali, prevedendo l’esistenza di quel “Tribunale del Mondo”, come Hegel lo chiamava, che presiede al perfezionamento dell’individuo e della società umana, al di fuori degli sviluppi materialistici della natura, ma nella dimensione invocata nella fenomenologia dello spirito, quella che affida fra l’altro alla Storia il compito esclusivo di emettere una definitiva sentenza di condanna o assoluzione, proprio attraverso la manifestazione, o fenomeno, di concreti e storici eventi.

Inviterei quindi costoro ad osservare da vicino le rovine dell’Unione Sovietica e del Comunismo e a rivolgere alla memoria dei Nostri Soldati dell’ARMIR quel segno di rispetto che ad essi  il signor Togliatti non ebbe il coraggio, o non si ritenne degno, di offrire.

 

 

 

 

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Articoli

Gabriele Zaffiri - Le Mire di Mussolini sulla Georgia – 27/2/2008 quotidiani e settimanali vari

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così contraddistinta: Serie Seconda Guerra Mondiale 1939-45 Vichy – Z. 863. F.323.3

  


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